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turchi.jpgdi Gabriele Adinolfi -

 

Gran parte del futuro di tutti si gioca oggi sulle piazze di Istanbul, di Ankara, del Cairo e, ovviamente, sulla battaglia di Homs.

Tutto è interrelato ed è impossibile leggerlo in modo troppo settoriale.

Il partito atlantico/wahhabbita, quello che mette insieme interessi petroliferi, imperialisti e finanziari, ha scatenato l'offensiva delle “primavere arabe” promuovendo al contempo democrazia e fondamentalismo musulmano. Per far saltare tutti i governi stabili, per creare conflitti etnici e religiosi; per allontanare il Vicino Oriente dall'Europa e per sostanziare il controllo orwelliano di una Ue sulla quale, dopo la grande primavera di Kohl e Mitterrand e dopo il grande feeling con Putin, ha preso a dominare il partito unionista a grande vocazione servile wasp e veterotestamentaria.

La Siria ha retto e i suoi alleati oggettivi, in particolare la Russia contro cui d'altra parte le primavere sono sostanzialmente rivolte, non l'hanno abbandonata.

I “ribelli” che hanno “eletto” come primo ministro un cittadino americano, Ghassan Hitto, sono invisi alla popolazione siriana perché la vessano e perché, in una nazione in cui convivono da tempo immemore comunità di religioni diverse, sono stati importati i pogrom e le decapitazioni mediante seghetto e coltellaccio.

Le accuse americane si sono rivelate false e le autorità internazionali hanno scoperto che le armi chimiche le hanno i “combattenti della libertà”, quegli stessi che decapitano i fedeli sciiti ma anche i sunniti non wahhabbiti, e ovviamente cristiani, monaci, francescani.

Il popolo e l'esercito siriano hanno retto e ora potrebbero derattizzare; solo la minaccia d'intervento aereo atlantico in difesa dei predoni accerchiati sta ostacolando la derattizzazione.

Qui s'inseriscono le crisi egiziana e turca. Che hanno una molteplicità di fattori e di cause scatenanti, la prima delle quali è l'insofferenza generale per l'arroganza fanatica dei Fratelli Musulmani che si sono impadroniti dell'Egitto e dei loro confratelli attivi nel partito di Erdogan.

In Turchia, in particolare, la crisi dipende dalla difficoltà di mantenere gli equilibri.

La svolta di Erdogan all'insegna dell'islamismo “moderato” aveva comportato il varo di una linea “neo-ottomana” e il disamore turco per l'entrata nella Ue.

Le “primavere arabe”, proiettando i Fratelli Musulmani, in una snaturata alleanza con i fondamentalisti wahhabbiti, a soggetto dominante nell'area mediterranea, hanno spinto i turchi ad accentuare la loro identificazione nella causa islamica: unica possibilità per contenere l'ascesa egiziana e per non farsi sopravanzare dalla trimurti dell'oscurantismo (Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi) tanto cara all'occidente dei “diritti civili” e delle femen.

La svolta però è stata mal sopportata dalla Turchia “bianca”, come viene definita quella metropolitana e dallo zoccolo duro kemalista. Inoltre la posizione imperialistica e aggressiva tenuta verso l'aggredita Siria, non poteva piacere al proletariato alawita che è esattamente quello che è sceso in piazza insieme alla borghesia “moderata”.

Per Erdogan il nodo da sciogliere non è agevole. Perché se eccede nel fanatismo islamico spacca tutto e perché, per poter moderare, dovrebbe sperare in silenzio che Assad vinca prima e in fretta.

Difatti la linea di Erdogan, nella sua sottigliezza orientale, punta anche su accordi con l'Iran (in particolare per la spartizione dell'Iraq); ed è in quella direzione che ha normalizzato i rapporti con la minoranza curda, entrando in competizione quindi con gli israeliani che dei curdi sono i pupari da tempo immemore.

Neanche gli americani sono contenti di quella scelta; né gli “europeisti” - anzi gli “unionisti” pseudoeuropeisti - gradiscono l'orientamento neo-ottomano visto che vogliono che la Turchia entri nella Ue, cosa che ai turchi interessa sempre di meno. 

L'assurdo della questione turca è che comunque vada a finire sarà un male; sarebbe auspicabile che la crisi si prolungasse senza soluzione fino alla vittoria dei siriani sui partigiani internazionalisti di Allah e di Wall Street.

Stesso dicasi per l'Egitto: la crisi interna non può non avere ripercussioni sulla feccia armata che, con il silenzio complice dell'occidente, macella i civili siriani e i religiosi di ogni credo.

Inoltre non può non averne sui faziosi di Hammas che hanno ben deciso di strumentalizzare la causa palestinese sottomettendola all'internazionalismo demenziale e che si sono rivolti addirittura contro gli Hezbollah. Se i Fratelli Musulmani perdono l'Egitto anche la causa palestinese tornerà ad avere un'eco e un minimo di rilievo.

Non si può dire come andrà a finire ma i segnali sono incoraggianti: gli apprendisti stregoni nell'area cominciano ad essere in difficoltà.

Per fortuna hanno avuto a che fare con gli arabi, se si fosse trattato di italiani oggi sarebbero tutti a pregare rivolti alla Mecca, elemosinando qualche spicciolo da un mullah o da uno sceicco.

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