Quantcast

geopolitica

Sunday 18 march 2012 7 18 /03 /Mar /2012 21:17

La Buffer Zone, la zona cuscinetto, tanto voluta dal primo ministro Erdogan è militarmente possibile e l’esercito di Ankara, molto discretamente, ha operato in queste settimane nell’eventualità che il primo ministro, Recep Tayyip Erdogan, e il gabinetto di sicurezza del governo, diano l’ordine operativo.

Oggi l’ordine di Erdogan sembra più vicino, migliaia i profughi premono alla frontiera, sono in maggioranza persone con origini o legami famigliari in Turchia, per i quali ogni giorno la fuga diventa più difficile. Le truppe fedeli ad Assad, ogni giorno, aumentano l’estensione dei campi minati, più per evitare il libero transito di armi e uomini pronti a combattere che per limitare l’esodo dei profughi, ma alla fine sono i profughi a subire le conseguenze dei campi minati e delle esecuzioni sommarie.

Una cosa è certa, quella che ha in mente il primo ministro turco è una buffer zone in territorio siriano, una buffer zone che permetterebbe un triplice risultato, limitare il flusso di profughi verso la Turchia, mettere un caposaldo in terra siriana dove l’opposizione possa rifugiarsi, dare coraggio all’opposizione e contemporaneamente incentivare le defezioni tra gli uomini di Assad.

Ma esistono due fattori che frena gli entusiasmi del governo turco.

da WikipediaAssad ha promesso una risposta non proporzionata all’ingresso del primo soldato turco sul suolo siriano. Una risposta non proporzionata significa  una risposta che include attacchi missilistici contro le truppe di Ankara e l’ingaggio delle forze aeree turche che cercassero di neutralizzare i siti di lancio. Insomma una guerra vera e propria, una guerra moderna con l’utilizzo di missili balistici, aviazione e batterie missilistiche contraeree.

Il secondo fattore si chiama Iran, come reagirebbe l’alleato iraniano ad una possibile buffer zone turca? Alla Turchia sono arrivati alcuni segnali che se confermati potrebbero indicare una fase di preparazione per la buffer zone in terra turca già estremamente avanzata. Ieri in Afghanistan un elicottero delle forze turche è precipitato a Kabul, le fonti ufficiali parlano di guasto tecnico ma alcune testimonianze riportate dal free lance a Kabul parlano di un abbattimento da parte di forze ostili. Le forze turche fino ad oggi avevano avuto una specie di salvacondotto in Afghanistan quasi nessun attentato, anche se dobbiamo ricordare che le truppe turche non prendono parte a operazioni di combattimento, quasi nessun agguato alle truppe in movimento. In questi ultimi giorni le forze turche hanno subito attacchi ed imboscate e ieri “l’incidente” all’elicottero ha causato 12 vittime tra i soldati turchi. Sembra che il lasciapassare non esista più che chi lo ha emesso lo abbia ritirato, forse come chiaro messaggio a chi pensa di ingerire negli affari interni della Siria.

I segnali sul campo indicano che la Turchia sia pronta all’azione, le truppe sono pronte, l’aviazione mobilitata, i contatti con l’Egitto e Hamas più frequenti ed ad alto livello che mai, le ambasciate di tutto il mondo occidentale e dei paesi del Golfo chiudono, i cinesi sono letteralmente fuggiti, e la Turchia ha ordinato ieri a tutti i suoi cittadini di lasciare la Siria, tutti elementi che ci lasciano dedurre che i tempi per l’azione possano essere nell’ordine dei giorni, non delle settimane. Il nostro gruppo di analisi ritiene possibile una data compresa tà il 24 marzo 2012 e il 4 aprile p.v.

Di informare - Pubblicato in : geopolitica
Scrivi un commento - Vedi 0 commenti
Sunday 18 march 2012 7 18 /03 /Mar /2012 11:44

 DI KAVEH L. AFRASIABI
Asia Times Online

 

Dopo anni vissuti nel timore di un attacco militare israeliano, Teheran sta adesso contemplando l’idea di un attacco preventivo, considerati i preparativi israeliani per un raid aereo contro le istallazioni nucleari iraniane. Citando il diritto a una autodifesa preventiva e invece di aspettare che Israele faccia la prima mossa, l’Iran dovrebbe muoversi prima e mutilare la capacità di Israele di dare vita al minacciato attacco.

Questo piano iraniano di lanciare un attacco preventivo è perfettamente legale e in accordo col diritto consuetudinario internazionale, secondo il parere di diversi analisti politici di Teheran: “Secondo la carta delle Nazioni Unite, l’Iran ha il diritto proprio all’autodifesa che in questo caso si tradurrebbe al diritto di rispondere alla chiara e presente minaccia di attacco imminente da parte dello stato di Israele, in palese violazione delle leggi internazionali”, ci dice, con la garanzia dell’anonimato, un giurista politico dell’università di Teheran.

In parole povere, gli argomenti legali di Teheran in favore di un attacco preventivo si poggiano su diversi elementi incrociati.

Primo: secondo l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, l’Iran ha il diritto di attaccare Israele in quanto quest’ultimo si è già prodigato in una serie di atti ostili che includono gli assassinii di scienziati nucleari iraniani, vari sabotaggi e cyber-guerra con conseguenze letali, per non menzionare le dichiarazioni di intenti di un attacco all’Iran nell’immediato futuro da parte di suoi capi politici e militari.

Secondo, questi atti illegali, unitamente alle dichiarazioni di intenti, costituiscono un’imminente minaccia alla sicurezza nazionale iraniana, definita in base al diritto consuetudinario internazionale nei termini di atti ostili di offesa da parte di uno stato contro un altro.

Terzo, l’Iran ha già esaurito tutti i suoi mezzi diplomatici per evitare un attacco israeliano, e protestare a più riprese presso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU è stato inutile in quanto non è mai stato ascoltato.

Quarto, la dichiarata intenzione da parte di Israele di attaccare l’Iran viola la legge internazionale per una serie di altre ragioni:

- l’Iran non ha mai minacciato di usare la sua capacità nucleare per attaccare Israele;

- esiste un impedimento legale contro qualsivoglia attacco ai siti nucleari iraniani, alla luce della risoluzione 533 della Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica che proibisce attacchi simili e li considera violazioni della legge internazionale;

- l’Iran è uno dei firmatari del Trattato di Non-Proliferazione, la sua dirigenza ha rinunciato formalmente agli armamenti nucleari, c’è assenza di qualsivoglia trattato che impedisca all’Iran di dotarsi un suo ciclo del combustibile nucleare e ancora oggi, dopo approfondite ispezioni alle sue istallazioni, l’AIEA non ha mai rilevato deviazioni di materiale nucleare verso fini militari;

- i fatti, compresi alcuni rapporti del Washington Post che citano l’opinione del Ministro della Difesa statunitense Leon Panetta, lasciano capire che Israele è ben oltre la fase preparatoria di un attacco e si sta scaldando per implementare questo piano nei prossimi mesi.

Considerato tutto ciò, esiste una ricca base legale per un attacco preventivo da parte dell’Iran verso Israele, senza discutere se ci stia o meno pensando o se ne avrebbe davvero l’effettiva capacità.

Secondo i rapporti dei media iraniani, l’Iran dispone di circa 11.000 missili in grado di colpire obiettivi su tutto il territorio israeliano. Ma lasciando da parte il discorso militare e restando nei limiti degli argomenti legali, l’illegittimità delle intenzioni ostili di Israele e la legittimità del diritto iraniano di attaccarlo per primo sono due facce della stessa medaglia.

Anche le sanzioni ONU contro l’Iran dovrebbero essere considerate illegali, secondo la legge internazionale. Secondo le bozze della commissione legale internazionale, un atto illegale intenzionale da parte di uno stato comprende due elementi (art. 3): l’elemento oggettivo che consiste in azione o omissione contraria a un obbligo internazionale e l’elemento soggettivo che ha a che fare con le intenzioni di uno stato. Nessuno dei due elementi è presente rispetto al programma nucleare iraniano.

L’assenza di prove che evidenzino la destinazione del materiale nucleare per scopi militari - confermata dopo estese ispezioni dei siti iraniani da parte dell’AIEA e insieme all’esplicita rinuncia alle armi nucleari da parte della dirigenza iraniana che si poggia su basi politiche, religiose e morali - costituisce un ostacolo tanto all’applicazione di sanzioni quanto alla realizzazione delle minacce di guerra all’Iran.

Questo è un promemoria per i diversi osservatori internazionali che hanno acclamato le recenti critiche di Barack Obama rivolte agli “irresponsabili tamburi di guerra contro l’Iran”, tralasciando il fatto che le esplicite minacce di Obama di tenere aperta “l’opzione militare” costituiscono una violazione della carta delle Nazioni Unite che proibisce minacce simili da parte degli stati membri.

Ma Obama, una volta professore di diritto costituzionale, persegue negli errori con l’Iran, continuando a sostenere che, una volta esauriti i canali diplomatici, gli Stati Uniti potrebbero ricorrere all’opzione estrema di attaccare le istallazioni nucleari iraniane. Come hanno correttamente sottolineato vari assennati opinionisti statunitensi, tra i quali il professore di giurisprudenza di Yale, Bruce Ackerman, in un recente editoriale sul Los Angeles Times, ogni attacco di tale natura sarebbe illegale secondo i fondamenti della legge internazionale.

Facendo eco all’opinione di Ackerman, va aggiunto che alcuni esperti pro-Israele che tendono a legittimare l’attacco israeliano hanno volontariamente distorto il significato e gli obiettivi del diritto all’autodifesa, presentandone una concezione alquanto dubbia che si rifà al tentativo fallito della amministrazione Bush di allargare il concetto di autodifesa preventiva e che fu fortunatamente sconfitto all’ONU.

Simili a un déjà vu storico, gli attuali strali pro-Israele che spingono verso un attacco all’Iran, sono sorprendentemente simili a quelli sentiti prima della guerra degli Stati Uniti contro l’Iraq, che fu totalmente legittimata agli occhi dell’opinione pubblica grazie alla pressione esercitata dall’esercito propagandistico di Israele nei confronti della stampa occidentale.

La grande domanda è se la comunità internazionale ha imparato o meno la lezione del fiasco iracheno e, ancora più importante, se le voci della ragione potranno prevalere su quelle che spingono per un altro disastroso conflitto in Medio Oriente.

Secondo tutti gli indizi, nei prossimi mesi potremmo avere la risposta a questa stringente domanda.

 

**********************************************

 

Fonte: Iran's legal right to attack Israel

Di informare - Pubblicato in : geopolitica
Scrivi un commento - Vedi 0 commenti
Sunday 18 march 2012 7 18 /03 /Mar /2012 11:28

siria2012manodi Giulietto Chiesa

Cerchiamo di dare un’occhiata nel prossimo futuro. Usando i sintomi che possiamo leggere. L’Italia ha chiuso la sua ambasciata a Damasco. Gli altri paesi Nato stanno facendo altrettanto. Non è solo un gesto politico (grave e stupido): è una misura definita prudenziale. Si pensa a un attacco. Da dove verrà?  I generali del Pentagono si sono affannati, nei giorni scorsi, a spiegare ai candidati repubblicani per la Casa Bianca, che attaccare dall’alto la Siria significherebbe fare più morti tra la popolazione civile di quelli che facemmo nella guerra di Libia. Aggiungono che un attacco aereo non sarebbe comunque sufficiente, perché poi bisognerebbe mettere piede sul territorio.

E questo non si può fare senza mettere in conto dei morti di carnagione bianca e con passaporto euro-americano.

Ma ci sarebbe una soluzione: un bell’attacco in partenza dal territorio turco. L’esercito c’è ed è quello di un paese islamico, ma anche Nato, molto ambizioso, di circa 80 milioni di abitanti. I soldi ci sono e sono quelli dell’Arabia Saudita. L’informazione c’è, ed è quella di Al Jazeera.

E poi c’è Avaaz, Facebook. Che si vuole di più?

Ankara recalcitra, ma è una ritrosia da finta verginella. La tentazione è forte. E poi questa sarebbe la soluzione migliore per il premio Nobel per la pace. Potrebbe restare in secondo piano, come fece in Libia. E dire ai suoi supporters democratici di avere acconsentito per difendere i diritti umani.  Perfetto. Tutti gli altri già pensano al prossimo colpo contro l’Iran. Meglio se la situazione dell’area sarà già in piena destabilizzazione. Così i bombardamenti su Teheran si noteranno meno.

Tre piccioni con una sola fava turca: un colpo a Hamas, uno a Hezbollah, il terzo, finale, a Teheran. Come sicuramente dirà, ridendo, la signora Hillary Clinton, “veni, vidi, morì”.* Il riferimento fu a Gheddafi. Questa volta sarà sul cadavere di Bashar, che parla inglese. Siamo a una svolta: i diavoli precedenti (quelli che abbiamo giustiziato) erano tutti non anglofoni: MilosevicSaddambin Laden,Gheddafi. Si allarga l’area linguistica. E la nostra globalizzazione, bellezza!

Noi ci saremo, statene certi. Cioè ci sarà l’Italia, per confermare che siamo forti contro i deboli, e che siamo servi nei riguardi dei potenti.

Fonte e commenti: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/16/parte-allattacco-della-siria/197781/.

Di informare - Pubblicato in : geopolitica
Scrivi un commento - Vedi 0 commenti
Thursday 23 february 2012 4 23 /02 /Feb /2012 12:44

Una “tecnica” (in inglese technical) è un tipo di veicolo militare low cost, un micidiale accrocchio composto da un mezzo civile con un cassone (tipicamente un pick-up) attrezzato con armi pesanti, quali lanciarazzi e grosse mitragliatrici. È spaventosamente efficace e distruttivo. Gli hanno dato anche altri nomi: gunship, guerrilla truck, battlewagon, gunwagon. Noi continuiamo a chiamarlo con il nome che ne battezzò la comparsa in Somalia. Guardiamolo bene, fissiamocelo in testa, quel veicolo. Quando la “tecnica” scorrazzerà nelle nostre strade di sempre, in slalom tra le macerie, l’involucro della nostra normalità sarà stato già frantumato.

La disoccupazione sarà dilagante, le scuole già distrutte, i potabilizzatori e le reti idriche costruite in generazioni saranno poltiglia, l’elettricità arriverà Siria, un attentato terroristicopoche ore al giorno, la sanità sarà un ricordo, le pensioni una chimera. E perfino il povero caffellatte del nostro inverno cui ci aggrapperemo per sopravvivere sarà inquinato, perché le guerre asettiche esistono solo nei videogame, mentre le guerre vere sono eventi ambientali distruttivi. Se avremo la disgrazia di pregare in modo “sbagliato”, dovremo perfino andarcene via, chissà dove e chissà come, a milioni. I luoghi di culto sbagliati, come tutti i nostri luoghi sbagliati in cui facevamo comunità, saranno stati rasi al suolo dagli unici ragazzi che trovano un buon lavoro, i picciotti esaltati e giusti delle tecniche, tanto innamorati dei loro oggetti da tatuarsi il marchio della Toyota nei loro avambracci, come già fanno in Afghanistan e in Iraq.

E non ci sarà nessun giudice a proteggerci, nemmeno quello di uno stato oppressivo e corrotto, ma non digiuno di leggi. L’unica autorità visibile risiederà sulla canna dei mitragliatori delle “tecniche”. Le monete che ci suderemo saranno cartacce da borsanera, che prenderanno il volo verso i boss e verso l’unica autorità che sovrasterà i signori della guerra locali, una superiore forza armata di occupazione assistita da mercenari spietati. Ci siamo immedesimati abbastanza? Non stiamo descrivendo un film apocalittico di fantascienza post-atomica del XXII secolo. No, stiamo raccontando la Guerra Infinita di oggi, con la sua sequela di Stati falliti, ordinatamente messi in fila secondo l’inesorabile tabella di marcia rivelata Adriano Sofridal generale Wesley Clark.

Là dove c’erano Stati sovrani che ostacolavano l’Impero rimangono territori neocolonizzati e neofeudalizzati. I regimi prima della dissoluzione saranno ricordati solo dal lato della loro “oppressione”. I leader saranno visti come Tiranni folli. E con i folli c’è poco da negoziare, no? Lo abbiamo letto, quel rifornitore di bombardieri che risponde al nome di Adriano Sofri? Dice che occorre «avvertire il nuovo pazzo di Damasco che la sua ora è suonata». La caccia al tiranno da abbattere prelude a immensi lutti e, finalmente, all’arrivo delle “tecniche” a Damasco. Questa è la prossima stazione della guerra, nel quadro di una lunga pianificazione.

Abbiamo assistito alla missione della Lega Araba in Siria, e i risultati sono stati sorprendenti, tanto da meritarsi il mutismo da parte della grande corrente dei media. Con sorpresa di tutti, il rapporto descrive una situazione molto diversa da quella che corre nei nostri media, e quindi è stato silenziato. Esattamente come accadde a Saddam Hussein quando l’Agenzia internazionale per l’energia atomica non trovò uno straccio di prova sulla presenza di armi di distruzione di massa. La guerra all’Iraq era comunque pianificata e si fece a dispetto di ogni residuo pretesto. La guerra alla Siria è Assad e la Lega Arabagià in agenda, e infatti – a dispetto del rapporto – la Lega Araba rompe le relazioni con Damasco. La determinazione inflessibile è quella che prelude allaguerra totale. Non si fanno prigionieri. 

Lo schema riduzionista imperante è che Bashar al-Assad sia l’ennesimo nuovo Hitler, il dittatore sanguinario che spara al suo popolo, un politico irrazionale che usa la repressione contro istanze democratiche genuine e pacifiche. Se si accetta l’agenda dell’Impero, le sue urgenze arbitrarie e manipolate, si affoga nell’oblio. Dimenticheremmo cioè che esiste un modello di intervento mediatico e militare ripetitivo già usato in tutte le guerre dell’ultimo ventennio. E c’è di più; se ci facciamo dettare la cronaca dall’Impero, assecondiamo un’immagine ingannevole della Siria e dimentichiamo cosa è stata veramente negli ultimi anni: un paese di 19 milioni di abitanti che ha dato una casa e una nuova vita a un milione e mezzo di profughi dall’Iraq, che hanno potuto spiegare bene ai siriani le amenità della democrazia per nuovi senzatetto, lo splendore delle strade di Baghdad presidiate dagli squadroni della morte che mitragliano dalle loro tecniche, nonché l’odore delle ferite in suppurazione.

Prima di spiegare ai siriani cosa devono fare a casa loro, chiediamoci tutti: l’Italia – per fare una esatta proporzione – sarebbe stata capace di accogliere umanamente, da un anno all’altro, cinque-sei milioni di nuovi stranieri? Milioni di siriani sanno che se dovesse saltare il blocco politico e sociale di Assad sarebbero “irachizzati” e trasformati anch’essi in uno stato fallito. Lasciando stare per ora i droni di Obama in Pakistan o le stragi di Sarkozy in Costa d’Avorio, ci basta aprire un quotidiano turco in un giorno qualunque, per trovare notizie come questa: “I caccia turchi bombardano obiettivi del Pkk in Nord Iraq”. Da noi, neanche un trafiletto, mentre tutti credono di sapere cosa accade a Homs. Sentiamo qualcuno strillare contro la Un miliziano anti-Assad: siriano?conclamata violenza anti-curda in atto chiedendo un “regime change” ad Ankara, magari a costo di un crollo del paese? Sentiamo forse qualcuno che faccia notare la doppiezza di Obama?

Il presidente Usa contro la Siria di Assad chiede sanzioni in nome dei diritti umani violati, mentre per il Bahrain di Al-Khalifa – che ha schiacciato le opposizioni con l’“aiuto fraterno” dell’esercito saudita e con massacri e torture supportati dagli Usa – fa tutti gli onori. Ora, non è escluso che ci possano essere casi di “strategia della tensione”, ossia auto-attentati sotto falsa bandiera (false flag) per giustificare la repressione. Giornali di solito prodighi di patenti di cospirazionista per chi sospettava operazioni “false flag” per molti attentati accaduti in Occidente (a partire dall’11 Settembre), hanno fatto a gara per subodorare complotti interni e auto-attentati in Siria. In realtà il ragionamento può essere svolto anche dall’altra parte. È indubbio, in ogni caso, che esistono numerosi casi di infiltrazioni di uomini armati che sparavano indistintamente sulle forze di sicurezza e sulle manifestazioni, e, poi, anche sui civili in modo casuale, con lo scopo evidente di creare caos per il caos.

A chi giova questa strategia criminale, già vista in America Latina e in Iraq, straordinariamente efficace nel destrutturare il grado zero della sicurezza che gli Stati dovrebbero garantire nel patto di cittadinanza? Chi ha guidato la mano degli squadroni della morte? Sarebbe interessante chiederlo a Robert Ford, l’ambasciatore Usa a Damasco. Prima dell’incarico nella capitale siriana, Ford era stato assistente di John Negroponte quando questi era ambasciatore a Baghdad e anche lì imperversavano gli squadroni della morte, esattamente come in Honduras ai tempi in cui faceva l’ambasciatore, L'ambasciatore americano Robert Forde da lì organizzava la guerra sporca dei Contras del Nicaragua, oltre ad addestrare le forze speciali e i torturatori di tutto il “cortile di casa” del Sud America.

Posto che ci sono molti civili che protestano in modo pacifico, come facciamo a qualificare come “civili” gli autori di operazioni a tutti gli effetti militari? I “civili” non portano armi, e pertanto nessuno dovrebbe attaccarli, nemmeno i ribelli. Ma se il termine “civile” va a coincidere con “combattente” armato – come quello a bordo della “tecnica” – che agisce contro un governo sovrano legittimo, allora nessuno potrà immaginare che un esercito regolare possa capitolare davanti a questa tassonomia di “civili”, ne tolleri senza reagire gli attentati; e infine ceda a una sicura sconfitta. Nessuno Stato lo farebbe. Siamo cinici? No, facciamo un ragionamento politico. Perché mai dovremmo regalare la lucidità interpretativa solo a un vecchio serial killer di democrazie come Henry Kissinger?

L’ex segretario di Stato Usa, rivolto a una qualificata platea di berlinesi, nel giugno 2011, fu esplicito, quando parlò del Bahrein e delle altre monarchie alleate: un cambiamento democratico non gioverebbe agli interessi americani. Fu ancora più esplicito: lo scompiglio rivoluzionario nei paesi arabi del Golfo Persico poneva un problema «strategico e al tempo stesso morale» per l’America. In veste di inventore del Piano Condor, ossia diHenry Kissinger, autore del criminale "Piano Condor"pianificatore delle decine di migliaia di desaparecidos, aveva già fatto la sua scelta “morale”, ancora una volta. Lui sì che sa scegliere le priorità dell’agenda, e non se le fa dettare da nessuno.

Uno sguardo ravvicinato alle violenze in Siria fa sorgere domande terribili sulle narrazioni ufficiali di chi oggi dà la caccia ad Assad come ieri a Gheddafi. Il primo episodio consistente è della prima metà di aprile 2011, quando una colonna militare dell’esercito viene attaccata con armamento pesante sull’autostrada verso la città di Banias provocando 9 vittime tra i soldati, tra cui un alto ufficiale (prima si erano avuti solo agguati sparuti contro pattuglie della polizia o esercito in diverse località del paese). Ora, non si attacca una colonna militare con armamento pesante se non si ha una adeguata preparazione. Sono azioni che non si improvvisano.

Va notato che nei primi tre-quattro mesi di rivolte, si contavano già nell’ordine delle centinaia i membri delle forze di sicurezza e dell’esercito rimasti uccisi. Da allora sono con ogni probabilità migliaia. Sulla stampa occidentale e sui canali satellitari del Golfo per mesi si diceva che fossero stati giustiziati perché si rifiutavano di sparare sulle manifestazioni. Era un vero e proprio mantra, clonato dalla litania che aveva distorto allo stesso modo le cronache sui caduti libici. Quando tale mantra risultò non più Libia, pick-up equipaggiati come jeep "tecniche"credibile, nacque l’Esercito Siriano Libero. Da quel momento i soldati lealisti erano effettivamente uccisi in combattimento, ma da parte dei disertori che lottavano contro il regime. Uno schema collaudato in tutte le guerre degli ultimi decenni.

Anziché lucidare le grancasse delle condanne, noi che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, dovremo dunque usare una prudenza estrema, per difendere la causa della pace, e mettere qualche granello fra gli ingranaggi della macchina della guerra. L’Impero gioca la sua partita esistenziale e lo fa sulla pelle dei popoli con i mezzi che ha sempre utilizzato e che noi tutti conosciamo bene. Per l’Occidente il negoziato è impossibile. Intende semplicemente rovesciare un regime che fa parte di un blocco di cui i poteri occidentali vogliono liberarsi ad ogni costo. Un leader che aveva un potenziale politico riformatore enorme, Bashar al-Assad, è così trasformato in un “macellaio”, prima di asfaltarlo e costruirvi sopra  – in vista della prossima guerra atomica – una base militare in più, circondata dalle grassazioni della soldataglia sopra le “tecniche” lungo le strade di una nazione in sfacelo.

Di informare - Pubblicato in : geopolitica
Scrivi un commento - Vedi 0 commenti
Thursday 23 february 2012 4 23 /02 /Feb /2012 12:33

Misteriosi gruppi armati sparano sulla polizia, che risponde al fuoco e fa i primi morti, subito elevati al rango di “martiri”. E’ l’inizio della “narrazione del genocidio”, modello Libia. In pochi mesi, il governo è isolato dal resto del mondo e costretto a rincorrere l’emergenza. Ma il resto del mondo non sta a guardare: si affretta anzi ad ammassare uomini e mezzi alla frontiera, preparando un “corridoio umanitario” da cui gli “insorti” scateneranno l’offensiva finale. Si scrive Siria, ma si legge Iran: la caduta di Damasco, pianificata a tavolino dagli Usa, provocherà il crollo di Hezbollah in Libano e il totale isolamento di Teheran, vero obiettivo della prossima guerraamericana che il presidente Barack Obama sta costruendo giorno per giorno.

La guerra con l’Iran è già cominciata, avverte Aisling Byrne su “Asia Times” in un reportage ripreso da “Megachip”, citando fonti israeliane: nulla Un F-16 decolla da Incirlik in Turchiaindebolirebbe il paese degli ayatollah più della perdita della Siria, sostiene il sovrano saudita Abdullah. Lo conferma Tom Donilon, consigliere di Obama per la sicurezza nazionale: la fine del regime di Bashar Assad «rappresenterebbe il peggior scacco per l’Iran in tutta la regione». Grandi manovre, come ammette Jeffrey Feltman, sottosegretario di Stato per il Medio Oriente: obiettivo, «sostenere l’opposizione e strangolare diplomaticamente e finanziariamente il regime siriano fino a quando il risultato non sarà raggiunto». Come sempre, circolano dossier illuminanti: da quello del Brooking Institute redatto già nel 2009 (titolo, “Quale strada per la Persia?”), al recentissimo “Verso una Siria del dopo-Assad”, firmato da John Hannah e Martin Indyk, entrambi ex funzionari neoconservatori dell’esecutivo Bush-Cheney ed entrambi fautori del rovesciamento del governo siriano, magari col solito “aiutino” di personaggi legati ad Al Qaeda.

La prima battaglia, cruciale, è quella della disinformazione a tappeto, ovvero la «deliberata costruzione di una narrativa in larga parte menzognera, che raffigura dimostranti democratici disarmati mentre vengono ammazzati a migliaia mentre protestano pacificamente contro un regime oppressivo e violento, una “macchina per uccidere” guidata dal “mostro” Assad», sintetizza Aisling Byrne. Il precedente perfetto è quello della Libia, dove i media hanno denunciato “stragi di civili” senza una sola notizia realmente accertata. Strumenti cardine nell’operazione Siria sono Al Jazeera e Al Arabiya, televisioni di regime controllate dalle monarchia petrolifere del Qatar e dell’Arabia Saudita, decise a far cadere il governo di Damasco. Per “Asia Times”, «a dieci anni di distanza dallaguerra in Iraq, Saddam Husseinpare che nessuna delle lezioni del 2003 – dalla demonizzazione di Saddam Hussein alle armi di distruzione di massa che non c’erano – sia stata imparata».

Nessun controllo sulle fonti del presunto “genocidio”: l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani è basato in Gran Bretagna e finanziato attraverso un fondo con sede a Dubai, eppure «ha avuto un ruolo guida nel fornire sostegno alla narrativa dei massacri di migliaia di manifestanti pacifici ad opera di infiltrati, di “fatti appurati” e di altre ed esagerate attestazioni di “massacri”». Totalmente ignorata l’unica vera notizia: secondo un recente sondaggio di “YouGov” commissionato dalla Qatar Foundation, il 55% dei siriani non vuole la caduta di Assad. «Il fatto che nessuno dei quotidiani di primo piano del mainstream e nessun notiziario televisivo abbiano riportato i risultati del sondaggio di “YouGov” non è strano: non si adattavano alla loro narrativa», ironizza Aisling Byrne.

Persino fonti dell’intelligence americana ammettono che realtà è ben altra: «La maggior parte delle asserzioni più serie fatte dall’opposizione siriana si sono rivelate esagerazioni grossolane o menzogne pure e semplici, rivelando più l’inconsistenza dell’opposizione che non l’instabilità del regime siriano», avverte Stratfor, importante struttura dei servizi segreti statunitensi. E l’“American Conservative” rivela che «gli analisti della Cia non nascondono il loro scetticismo nei confronti di questa marcia di avvicinamento alla guerra». Il rapporto alle Nazioni Unite che parla di 3500 civili finora uccisi dai soldati di Assad «è basato in larga parte su fonti che stanno coi ribelli e Tom Donilonnon è suffragato da prove», tant’è vero che «la Cia ha rifiutato di sottoscriverne l’appello».

Questo però non significa che piano proceda comunque, anche se con tempi più lunghi: «E’ chiaro – afferma il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov – che l’obiettivo è quello di provocare una catastrofe umanitaria, in modo da avere il pretesto per pretendere un’intromissione da parte di paesi esteri». Guida pratica per il rovesciamento dei governi: il terzo capitolo di “Una via per la Persia” tratta proprio della Siria, e scrive: «Sostenere di nascosto l’insurrezione consentirebbe agli Stati Uniti di poter negare in modo plausibile di averlo fatto, riducendo i contraccolpi sul piano diplomatico e politico». Infatti, «dopo che il governo sarà per alcune volte finito sotto scacco, ci sarà anche il pretesto per agire». Secondo questa relazione, l’intervento militare dovrebbe essere intrapreso solo dopo il fallimento di ogni altra opzione: davanti a questi fallimenti la “comunità internazionale” messa davanti al fatto compiuto riterrebbe che è stato il governo a “tirarsi addosso l’attacco militare” dopo aver rifiutato ogni miglior via d’uscita.

L’agenda americana è esplicita: si tratta di finanziare gruppi di opposizione siriani, incrementarne le capacità operative, fornire armi ed equipaggiamenti, e soprattutto «mettere in piedi una narrativa adeguata, col pieno appoggio dei media sostenuti dagli Stati Uniti». E poi il passo successivo, la creazione di un “corridoio sul terreno”, in un paese confinante, per «sostenere lo sviluppo di una infrastruttura a sostegno delle operazioni». Detto fatto: con la piena collaborazione di Francia e Gran Bretagna, «che hanno dato forma fin dall’inizio all’opposizione siriana», il piano si sta ora perfezionando con l’aiuto strategico della Turchia, che a Iskenderun ospita il “Libero esercito siriano” nonché miliziani reduci dalla La base turca di IncirlikLibia, mentre la base Nato di Incirlik si sta trasformando nel centro nevralgico della nuova guerra “umanitaria” in programma. 

Al “regime change” collabora anche la Germania attraverso l’Swp, l’istituto tedesco per gli affari internazionali, che sta “allevando” il Consiglio Nazionale Siriano per prepararlo ad assumere il potere. L’investimento in termini di intelligence è stato enorme, rivela il “Washington Post” citando Wikileaks: il Dipartimento di Stato americano ha finanziato con milioni di dollari vari gruppi siriani in esilio – compreso il Movimento per la Giustizia e per lo Sviluppo con sede a Londra, un’organizzazione vicina ai Fratelli Musulmani – e vari individui Siria singoli fin dal 2006, tramite una “Middle East Partnership Initiative” amministrata da una fondazione statunitense, il Democracy Council.

Fin da quando tutto è cominciato, aggiunge “Asia Times”, sono state esercitate pressioni significative affinché la Turchia realizzasse un “corridoio umanitario” lungo la sua frontiera meridionale con la Siria. Lo scopo principale, come indicato in “Una via per la Persia”, è quello di fornire una base cui possano appoggiarsi gli insorti sostenuti dall’estero e da cui essi possano lanciare i loro attacchi. L’obiettivo di un simile “corridoio umanitario”, scrive Aisling Byrne, «è umanitario come le quattro settimane di bombardamenti aerei su Sirte che la Nato ha messo a segno esercitando il proprio “dovere di proteggere la popolazione”, secondo il mandato approvato al Consiglio di Sicurezza dell’Onu».

Tutto questo non significa che la Siria non chieda democrazia, né che non siano stati commessi abusi anche sanguinosi nella repressione. Ma dimostra che la rappresentazione dei media non è veritiera, e che l’obiettivo non è quello dichiarato. Nel mirino c’è Iran, e la Siria è solo l’anticamera della nuova guerra destinata a incendiare il Medio Oriente. «Aerei da combattimento della Nato privi di contrassegni stanno arrivando nelle basi militari turche vicine a Iskenderun lungo la frontiera siriana, trasportando armi e volontari del Consiglio Nazionale di Transizione libico», scrive esplicitamente l’“American Conservative”. Il conto alla rovescia è già cominciato. E le grandi manovre congiunte Usa-Israele, annunciate per la primavera 2012, non faranno che aumentare la tensione. Si avvicinano scenari da Terza Guerra Mondiale, mentre le televisioni delle peggiori dittature petrolifere filo-occidentali raccontano che il popolo siriano lotta contro il feroce regime di Assad.

Di informare - Pubblicato in : geopolitica
Scrivi un commento - Vedi 0 commenti

Trama

2018 il mondo sta per essere sconvolto da mutamenti climatici. Per sfuggire alla fine imminente l'unica soluzione e' tentare di cambiare il passato ma qualcosa non funziona e la Seconda Guerra Mondiale si trasforma nell' arena dove uomini provenienti da diverse epoche si affronteranno per creare una nuova storia che non porti l' umanita' alla sua fine. Quanto realmente avvenne si fonde con quanto avrebbe potuto avvenire dando origine ad una avventura avvincente senza un attimo di tregua. Caput Mundi e' il primo volume di una trilogia cui seguira' tra breve il secondo: Oceani.

Per saperne di piu' sulla trama  clicca quilink

 


 

Dove acquistarlo e dove trovarmi

Potete acquistare  CAPUT MUNDI  qui :

                                                                        

 caput-mundi1--4-.jpg

La Feltrinelli link

Libreria Rizzoli-Corriere link

Ultima Book link

e presso tutte le principali librerie in rete.

 

Potete trovarmi su Twitter qui: link

Potete trovare la mia pagina  Facebook qui:  link

Potete trovare Caput Mundi su Facebook qui: link    

Potete trovare Informare.OverBlog su Facebook qui: link

Crea un Blog

Profilo

  • Gianni Fraschetti
  • Blog di informare
  • Collezionista di attimi, da sempre seduto con grande piacere dalla parte del torto, padre orgoglioso,scrittore epico, filosofo minimale, cuoco per diletto e guerriero a tempo perso. Autore del romanzo "Caput Mundi"

Cerca

Presentazione

Informare "mi piace"

Spero che questo articolo e questo blog ti siano piaciuti. Se e' cosi' ti chiedo gentilmente di cliccare "mi piace" nella mascherina di Facebook che troverai qui sotto. Grazie

Calendario

May 2013
M T W T F S S
    1 2 3 4 5
6 7 8 9 10 11 12
13 14 15 16 17 18 19
20 21 22 23 24 25 26
27 28 29 30 31    
<< < > >>
Crea un blog gratis su over-blog.com - Contatti - C.G.U. - Remunerazione in diritti d'autore - Segnala abusi - Articoli più commentati