Oltre due miliardi e mezzo di euro – l’equivalente di mezza riforma delle pensioni
– finiti in gran silenzio nelle casse della Morgan Stanley, super-banca americana, in virtù di una strana clausola stipulata nel lontano 1994, quando a dirigere le operazioni era un certo Mario
Draghi, allora a capo dello staff tecnico del Tesoro. Ora che lo Stato italiano ha versato tutti quei soldi alla Morgan, dice Gad Lerner sul suo blog, è lecito domandarsi: chi prese all’epoca
quella decisione? E in base a quali motivazioni? Secondo il “Financial Times”, negli anni ’90 la banca d’affari americana vendette al governo italiano una montagna di “titoli derivati” facendo
ricorso a un’insolita clausola legale, a tutto vantaggio del colosso finanziario statunitense: libero di sciogliere l’impegno non appena avesse cessato di garantirgli maxi-rendite, scaricate poi
sul debito e quindi sulle tasse degli italiani.
Clausola anomala, ha ammesso il sottosegretario all’istruzione Marco Rossi Doria,
specie in un mercato come quello dei derivati, che per noi vale 160 Mario Draghimiliardi di euro, cioè il 10% del debito pubblico italiano. Agli attuali valori di mercato, secondo la testata
finanziaria “Bloomberg”, «l’Italia avrebbe una perdita di 31 miliardi di dollari». Il primo a dare la notizia è “L’Espresso”: il 3 febbraio, Orazio Carabini scrive che – quasi di soppiatto – a
inizio anno il nuovo “governo tecnico” ha dato due miliardi e mezzo alla potente Morgan Stanley. «Un’operazione su una posizione in derivati che il Tesoro non ha voluto commentare, peggiorando
così le cose», scrive il blog “IcebergFinanza”, documentato “diario di bordo” a cura di Andrea Mazzalai, che ricostruisce i passaggi-chiave di questa strana vicenda.
In gran silenzio, scrive “L’Espresso”, il 3 gennaio – alla vigilia dell’Epifania –
il ministero di via XX Settembre ha “estinto” una posizione in derivati che aveva con una delle grandi investment bank americane, facendo scendere l’esposizione verso l’Italia da oltre 6.000 a
meno di 3.000 miliardi di dollari. Né Morgan Stanley né il Tesoro hanno voluto spiegare a “L’Espresso” il senso dell’operazione. «Inutile dire che la banca aveva un credito nei confronti dello
Stato italiano e che il Tesoro era evidentemente tenuto a rimborsarlo». Molti contratti sui derivati, aggiunge Carabini, prevedono che, dopo un certo numero di anni, una delle due parti possa
chiedere la chiusura della posizione: ma non accade spesso. «Altre volte sono previsti dei “termination event”, ovvero fatti che possono innescare la soluzione del Vittorio Grilli e Mario
Monticontratto: per esempio il downgrade dell’Italia da parte di Standard & Poor’s».
Secondo fonti di mercato, il Tesoro avrebbe limitato i danni ricorrendo a una
triangolazione: Banca Imi (gruppo Intesa Sanpaolo) sarebbe infatti subentrata a Morgan Stanley, consentendo agli americani di “alleggerirsi” rispetto alla Repubblica italiana. Poco prima, ricorda
sempre “L’Espresso”, aveva fatto scalpore la riduzione della posizione in titoli italiani da parte della Deutsche Bank, seguita poi da altri grandi istituti finanziari, specie francesi: nel primo
semestre del 2011, la banca tedesca si liberò di oltre 7 miliardi di euro in Btp. Per Mario Monti e il suo vice-ministro all’economia Vittorio Grilli, ex direttore generale del Tesoro, entrambi
impegnati a “riportare la fiducia dei mercati” sul debitore-Italia, la richiesta di Morgan Stanley (la cui branca italiana è diretta dall’ex direttore generale del Tesoro, Domenico Siniscalco)
dev’essere stata una brutta sorpresa: «L’episodio – scrive Carabini – riapre la questione della trasparenza delle operazioni in derivati che sono gestite dal Tesoro nella più totale
opacità».
Nessuno, aggiunge “L’Espresso”, sa esattamente a quanto ammonti il peso dei
“derivati”: una volta all’anno viene comunicato (agli uffici di statistica) il guadagno o la perdita complessivamente registrata su quel tipo di operazioni. «Infine c’è un problema di immagine
per quello che è spesso chiamato il “governo dei banchieri”: dare 2,567 miliardi a Morgan Stanley mentre si stangano i pensionati e si stanziano 50 milioni per la social card non suona bene». A
conti fatti, si tratterebbe di una somma colossale, pari a quasi la metà dell’Iva che gli italiani dovranno versare nel 2012: perché la grande stampa non se n’è praticamente “accorta”? Semplice,
risponde Mazzalai su “IcebergFinanza”: impegnati nell’opera di “redenzione internazionale” del nostro paese, sia Monti che i giornali sapevano che una L'ex ministro Domenico Siniscalco,
responsabile per l'Italia della Morgan Stanleysimile notizia – debitamente amplificata – avrebbe potuto produrre un ulteriore danno all’immagine della nostra traballante gestione
contabile.
Dunque: se il lontano regista del contratto “anomalo” è Draghi, perché si scelse di
favorire – a nostre spese – proprio la Morgan Stanley? Insieme al colosso di Wall Street, scrive Stefania Tamburello sul “Corriere della Sera” il 17 marzo, anche Goldman Sachs, Bank of America,
Citigroup e Jp Morgan Chase hanno un’enorme esposizione sui derivati nei confronti dell’Italia: stando ai dati di “Bloomberg”, vantano un credito di 19,5 miliardi di dollari. «Cifra che, sommata
agli importi relativi alle banche europee rese note nel corso degli “stress test” condotti dalla European Banking Authority, fanno salire l’ammontare complessivo a 31 miliardi di dollari». Una
montagna di soldi: è come giocare con un candelotto di dinamite, sostiene “IcebergFinanza”. Che insiste: perché, poi, fare speciali condizioni di favore proprio alla Morgan Stanley? Un caso più
unico che raro, segnala la Reuters.
«Queste clausolette di estinzione anticipata a favore della banca – scrive il blog
di Mazzalai – sono rarità nei contratti che riguardano il rischio sovrano ed erano presenti solo nei contratti stipulati con Morgan Stanley, chissà perché». Inoltre, aggiunge il blog finanziario,
sembra che nessuno conosca il motivo della discrepanza tra il prezzo pagato a Morgan Stanley (2,567 miliardi di euro) e quanto invece compare nella relazione della banca presso la Sec, cioè la
commissione statunitense di controllo bancario (“Us Securities and Exchange Commission”). «Nella sostanza – conclude Mazzalai – abbiamo perso 2 miliarducci nel 2011 e quasi 4 nel periodo
2007/2010: altro che aumento dell’Iva al 23%!».
Non sarebbe ora di scoprire almeno qual è la posizione italiana verso la finanza
mondiale nel rischioso mercato dei “derivati”? «Perfino l’indagine di due anni fa della Banca d’Italia, peraltro occasionale, fatta a seguito dei vari scandali scoppiati nella Penisola, si
limitava a censire i derivati con banche residenti in Italia», scrive Alessandro Penati su “Repubblica” il 18 marzo. «Ma è noto che il Tesoro, come altre entità pubbliche, opera direttamente con
controparti estere, senza passare per eventuali filiali italiane». Dunque, Giovanni Monti, figlio del premier e già uomo della Morgan Stanleyquella scattata da Bankitalia era «una foto, peraltro
ingiallita, che riprendeva solo la punta dell’iceberg». Ora sappiamo che il governo italiano ha perso la sua scommessa finanziaria con la Morgan Stanley, scrive Mazzalai: «Ma se l’avesse vinta,
come poteva essere certo che Morgan Stanley avrebbe avuto i soldi per pagarla?».
Questo è esattamente il “rischio controparte”. Ed è enorme, dice ancora
“IcebergFinanza”: oggi, non più di sette banche controllano il mercato mondiale dei derivati “over the counter”, cioè negoziati direttamente e non in un mercato regolamentato. «Per questa
ragione, dopo Lehman, è diventata buona prassi esigere il versamento bilaterale dei margini: chi potrebbe subire una perdita per la variazione di valore del derivato, non importa se la banca o il
cliente, versa alla controparte un deposito a garanzia». E quindi: quale sarebbe ora la politica del Tesoro? «Credo che i cittadini italiani abbiano il diritto di sapere quale sia
complessivamente l’esposizione in derivati dello Stato, e con quali banche; soprattutto perché ognuno di noi si accolla 32.500 euro di debito pubblico».
Una gestione più trasparente di queste “armi di distruzione di massa” non farebbe
male, anche per evitare il sospetto di giganteschi conflitti d’interesse: proprio dalla Morgan Stanley è transitato prima del 2009 Giovanni Monti, figlio dell’attuale premier. Laureato alla
Bocconi di Milano, scrive la “Gazzetta di Parma”, prima dell’approdo alla Parmalat (rilevata dalla francese Lactalis) il giovane Monti ha lavorato prima a Citigroup e poi a Morgan & Stanley:
«A Citigroup è stato responsabile di acquisizioni e disinvestimenti per alcune divisioni del gruppo, mentre alla Morgan si è occupato in particolare di transazioni economico-finanziarie sui
mercati di Europa, Medio Oriente e Africa, alle dipendenze dirette degli uffici centrali di New York». Coincidenze? Invitabili i sospetti, aggiunge “IcebergFinanza”, di fronte a «evidenti
conflitti di interesse» che «non possono essere cancellati solo con dimissioni temporanee da cariche che vengono da molto lontano», specie se chi comanda ha avuto rapporti di lavoro «con i
principali responsabili di questa depressione umana, ovvero le banche d’affari», per lo più americane.
che imponeva di asfaltare il pianeta, spendere miliardi in grandi opere, bruciare i rifiuti producendo tumori e, naturalmente, esporre la popolazione al
rischio letale dell’ecatombe radioattiva. Neppure uno spiraglio, anche solo culturale, sul grido d’allarme che, ormai da anni, fior di Premi Nobel continuano a rilanciare sui pericoli del
“modello di sviluppo” e sul collasso imminente della “crescita illimitata”, quella che dopo due secoli è ora palesemente alle corde, stritolata dalle tre
nuovo
esecutivo è segnato dalle sconcertanti affermazioni che illuminano l’identikit di alcuni ministri, a partire dal nuovo titolare dell’ambiente.
Campania non ne abbia ancora di funzionanti e che l’emergenza sia istituzionalizzata da 14 anni!».