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Forse non saremo tantissimi, caro Piero. In molti, alla fine, l'abiura l'hanno fatta. Per pusillanimità, per conformismo, per convenienza. Salvo pentirsene, poi, e divenire patetici, ma alla fine non siamo nemmeno pochi. Nati quadrati che moriranno quadrati, col gusto impagabile di essere stati per una vita dei proscritti, figli di un Dio minore. Inguaribili eretici con la schiena diritta. Dicono.

G.F. 

(Piero Visani) - L'altra notte ho fatto un lungo sogno. Ero in un campo di prigionia. Le uniformi erano innegabilmente italiane, della seconda guerra mondiale.

       "Piero, Piero!!", mi sento chiamare.
       Mi giro e vedo arrivarmi di corsa, quasi addosso, un giovanotto aitante, non altissimo, ma solido e ben strutturato. Non mi sembra di riconoscerlo, ma poi gli occhi, i tratti del viso, le mostrine della "Folgore" mi fanno capire: è mio zio, il caporalmaggiore Augusto Rosset, 186° reggimento paracadutisti.
       Mi abbraccia, mi sorride. Mi chiede, ansioso: "Ma che ci fai qui, dove ti hanno preso prigioniero?".
        "Per la verità non mi hanno preso prigioniero. Sono finito qui per indegnità, per palese indegnità".
         "Ma che dici?" - mi guarda atterrito - "hai tradito, hai disertato, che cosa hai fatto?".
         "No, zio, niente di tutto questo. NON HO TRADITO. Ho cercato di portarti, di portarvi rispetto, di essere alla vostra altezza".
          "E solo per questo ti hanno portato qui?" - chiede lui, allibito.
          "Sì, è bastato. Sai, ci sono 'colpe' che pare non sia possibile espiare, mai".
          "Ma cosa abbiamo fatto di così grave? Siamo dei soldati e siamo rimasti fedeli al nostro giuramento".
          "Non è questa la colpa che ci rimproverano, caro zio" - replico amaro.
          "No? E allora cosa ci rimproverano?" - chiede lui, molto incuriosito.
          "Ci rimproverano di esistere e di avergli sempre detto in faccia che cosa pensiamo di loro".
          "Non ci credo. E' quello che sostengono facciano con loro i tedeschi. Se fosse così, sarebbero uguali".
          Lo guardo con uno sguardo intriso di lieve compatimento, ma per fortuna non se ne accorge: "Ma loro SONO uguali. Sono l'Herrenvolk che ha vinto. Non non siamo altro che gli alleati sfigati di quello che ha perso".
           Mi guarda perplesso. Questi viaggi nel tempo devono averlo spiazzato.
           "Ma dove siamo?" - chiedo io. "Siamo a Hereford, nel Texas. Hanno riunito qui quasi tutti i soldati italiani che, dopo l'8 settembre 1943 non hanno voluto cambiare bandiera e aderire al governo Badoglio, e sono rimasti fedeli alla parola data".
            "Beh, allora sono in buona compagnia!" - replico io. "Puoi giurarci, c'è gente che farà strada, nell'Italia del dopoguerra: scrittori (Giuseppe Berto, Dante Troisi, Gaetano Tumiati, Vezio Melegari); pittori (Alberto Burri, Alberto Fagan), politici (futuri esponenti missini come Roberto Mieville, Giuseppe Roberti, Beppe Niccolai); matematici (Mario Baldassarri). Per non parlare di quelli che, in Italia, stanno tenendo alto il nome della nostra Patria nelle file della Repubblica Sociale: Ugo Tognazzi, Walter Chiari, Raimondo Vianello, Enrico Maria Salerno, Giorgio Albertazzi, Dario Fo, Carlo Mazzantini (il padre di Margaret), Urbano Rattazzi (il marito di Susanna Agnelli), per non citarne che alcuni". Pare entusiasta, mio zio.
          Io lo sono un po' meno, e il perché è semplice. Loro sono finiti nel Fascists' Criminal Camp fra il 1943 e il 1945. Io ci sono finito nella primavera-estate del 1965... Un po' tardi, no?
          "C'è qualcosa che non va?" - mi chiede premuroso mio zio. "No, caro Augusto, tutto bene. Sono un criminale, figlio di un' ideologia "criminale" e mi hanno infine mandato in quello che ritengono il luogo più adatto a me, il mio luogo di elezione".
          Mi guarda perplesso, forse non capisce. Lo rincuoro: "Non ti preoccupare, carissimo, più buio che a mezzanotte non viene. E poi non è forse vero che 'il morale dei paracadutisti è sempre alto'". Sorride entusiasta. I motti, quando pronunciati nel giusto contesto, fanno sempre effetto...
         

          Mi risveglio. Interno notte. Camera mia, ambiente rassicurante.
          E' un'esperienza salutare sentirsi "figli di un dio minore", per una giovinezza, per una maturità, per una vecchiaia. Per una vita intera. Ci ho fatto il callo e non ho abdicato a nulla, nulla di nulla. E non ho rinnegato alcunché. Ho preso un'infinita di mazzate, reali e metaforiche, e continuerò a prenderne. Ma il regalo di diventare chi vogliono che sia non lo farò mai a nessuno. Mi metteranno all'indice, senza neppure immaginarsi che c'ero già. E ci resterò. Senza rimpianti.

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