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Chi sono veramente i ribelli siriani, chi li arma e li finanzia, il ruolo della Nato e quello della Turchia.

Il giornalista belga Bahar Kimyongur in carcere a Brescia perché accusato dalla Turchia di essere terrorista, nonostante sia stato assolto e giudicato totalmente estraneo alle accuse da tribunali belgi, olandesi e spagnoli.

 

Il giornalista belga Bahar Kimyongur in carcere a Brescia perché accusato dalla Turchia di essere terrorista, nonostante sia stato assolto e giudicato totalmente estraneo alle accuse da tribunali belgi, olandesi e spagnoli.

di Bahar Kimyongur

La Siria è l'ultimo Stato arabo laico. Le minoranze religiose godono dei medesimi diritti della maggioranza musulmana. Per certe frange religiose sunnite, campioni dell'idea della guerra contro «l'Altro», chiunque egli sia, la laicità araba e l'uguaglianza inter-religiosa, incompatibili con la sharia (legge islamica), costituiscono una ingiuria contro l'Islam e rendono lo Stato siriano più detestabile di un'Europa «atea» o «cristiana».

Ora, la Siria non ha meno di dieci diverse chiese cristiane, a cui vanno aggiunti i sunniti, che sono arabi, curdi, circassi o turcomanni, i cristiani non arabi come gli armeni, gli assiri o i levantini, i musulmani sincretisti e quindi non classificabili, come gli alawiti e i drusi. Pertanto, il compito per mantenere in piedi questa struttura etnico-religiosa fragile e complessa si dimostra così difficile, che solo un regime laico, solido e necessariamente autoritario può assolverlo.

In ragione dell'origine del presidente Bachar El-Assad, il regime siriano è indebitamente descritto come alawita. Questa qualifica è totalmente falsa, diffamatoria, settaria. Lo stato maggiore, la polizia politica, i diversi servizi di informazione, i membri del governo sono nella grande maggioranza sunniti, come pure una parte non trascurabile della borghesia.

I nostri media, per fare sensazione, non mancano di sottolineare l'origine sunnita della signora Asma al-Assad, moglie del presidente, con lo scopo di demonizzarla. Ma evitano deliberatamente di citare la vice-presidente della Repubblica araba di Siria, la signora Najah Al Attar (la prima ed unica donna araba al mondo ad occupare una carica così elevata). La signora Al Attar non è soltanto di origine sunnita, ma è anche la sorella di uno dei dirigenti in esilio dei Fratelli musulmani, esempio emblematico del paradosso siriano.

In realtà, l'apparato statale baathista è il riflesso quasi perfetto della diversità etnico-religiosa che prevale in Siria. Il mito a proposito della «dittatura alawita» è talmente grottesco, che perfino il Gran Mufti sunnita, lo sceicco Bedreddin Hassun, ed ancora il comandante della polizia politica Ali Mamluk, anch'egli di confessione sunnita, sono a volte classificati come alawiti dalla stampa internazionale.

La cosa più strabiliante è che questa stampa medesima porta acqua al mulino di certi mezzi di informazione siriani salafiti (sunniti ultra-ortodossi), che diffondono la menzogna, secondo cui il Paese sarebbe stato usurpato dagli alawiti, che, secondo loro, sarebbero agenti sciiti.

Vi sono notevoli differenze tra alawiti e sciiti, sia sul piano teologico che nelle pratiche religiose. La deificazione di Ali (nipote di Maometto), la dottrina trinitaria, la credenza nella metempsicosi e, inoltre, il rifiuto della sharia da parte degli alawiti sono fonti di critiche da parte dei teologi sciiti, che non mancano mai di accusarli di estremismo (ghulat).

Conviene ricordare che per i salafiti la Siria proprio non esiste. Questo nome sarebbe, come quello dell'Iraq, una fabbricazione degli atei. Colui che adotta l'ideologia nazionalista, e si consacra alla liberazione del suo Paese, commette un peccato di associazione (shirk, politeismo, l'associare all'unico vero Dio una pletora più o meno vasta di altre divinità, ad esempio l'idea di nazione, costituisce uno dei più gravi peccati). Egli viola il principio del tawhid, l'unicità divina, e per questo merita la morte. Per questi fanatici, la sola lotta approvata da Allah è la jihad, la guerra definita «santa», scatenata nel nome di Allah con l'obiettivo di estendere l'Islam.

In quanto corollario del nazionalismo arabo, il pan-arabismo, questa idea progressista di unità e di solidarietà inter-araba, è un sacrilegio, in quanto mina il concetto di «Umma», la madre patria musulmana.

La lotta che si sta scatenando attualmente sul suolo siriano vede opposte due correnti inconciliabili fra loro : il pan-arabismo e il pan-islamismo.

Questo conflitto originale introduce un fattore storico, su cui si fonda la minaccia terroristica in Siria. Dal 1963, la Siria baathista conduce in realtà una vera e propria guerra contro i movimenti jihadisti. L'esercito governativo e i Fratelli musulmani si sono affrontati in numerosi scontri, che si sono tutti risolti con la vittoria del potere siriano. Queste vittorie sono state strappate al prezzo di molte vittime, l'esercito non ha esitato a seminare il terrore per raggiungere i suoi scopi. Nel 1982, l'esercito di Hafiz al-Assad ha martellato interi quartieri della città di Hama per superare la resistenza jihadista, massacrando senza distinzione militanti e civili innocenti. Ci sono stati almeno diecimila morti causati dai bombardamenti e negli scontri per le strade. Si sono susseguite delle vere e proprie cacce all'uomo lanciate contro i Fratelli musulmani siriani attraverso tutto il paese, costringendoli all'esilio. Comunque, la repressione non è ancora riuscita a sradicare la tradizione guerriera e nemmeno lo spirito di vendetta degli jihadisti siriani.

Il fronte libanese
Nell'aprile 2005, l'Occidente si è rallegrato nel vedere le truppe siriane abbandonare il Libano, dopo trent'anni di presenza ininterrotta. Appena i carri armati siriani si erano ritirati, i gruppi salafiti sono riemersi, sguainando le loro spade e la loro predicazione settaria.

Tra il 2005 e il 2010, i gruppi jihadisti hanno condotto la guerra contro tutti i sostenitori veri o presunti del regime di Bashar al-Assad, come le popolazioni sciite, alawite o i militanti di Hezbollah. Alcuni di questi movimenti sono arrivati a varcare il confine siro-libanese per bersagliare le truppe del potere baathista sul loro stesso territorio.

L'attivismo anti-siriano dei gruppi salafiti libanesi armati ha conosciuto una recrudescenza con l'inizio della crisi siriana del 2011.

Dal momento che in questo Paese la linea di frattura politica è prevalentemente confessionale, con una maggioranza sunnita anti- Assad e una maggioranza sciita pro-Assad, ed inoltre con i cristiani divisi che si ritrovano nei due campi, l'assillo della guerra civile è onnipresente. Ma il governo di unità nazionale cerca di calmare le acque e di garantire la neutralità rispetto al conflitto siriano. Per questo, certi gruppi salafiti non perdono nemmeno un'occasione per seminare il caos in questi due Paesi geograficamente inter-dipendenti e complementari.

Ecco una breve descrizione di alcuni di questi movimenti settari attivi in Libano, che minacciano la Siria da molti anni.

Gruppo di Sir El-Dinniyeh
Questo movimento sunnita, diretto fra il 1995 e il 1999 da Bassam Ahmad Kanj, un veterano delle guerre in Afghanistan e in Bosnia, è apparso in seguito alle lotte fra differenti correnti islamiche tendenti a controllare le moschee di Tripoli.

Fatah al Islam
Movimento sunnita radicale del Nord del Libano. Fatah al Islam ha letteralmente occupato la città di Tripoli. Questo movimento terrorista ha assassinato 137 soldati libanesi in maniera brutale, soprattutto durante riti satanici che si concludevano con decapitazioni. Il 13 febbraio 2007, Fatah el Islam ha fatto saltare in aria due autobus nel quartiere cristiano di Alaq-Bikfaya. Il 27 settembre 2008, il santuario sciita di Sayda Zainab a Damasco diventava l'obiettivo di un attacco suicida che uccideva 17 pellegrini.

Jounoud Al Cham (I soldati del Levante)
Movimento radicale sunnita nel sud del Libano, dalle origini diverse. Alcuni dei suoi membri sarebbero arrivati dal gruppo di Dinniyeh, mentre altri sarebbero veterani dell'Afghanistan, avendo combattuto sotto il comando di Abou Moussab Al Zarqawi. Per diversi anni, il gruppo ha cercato di assumere il controllo del campo palestinese di Ain el Hilwe situato vicino alla città di Sidone.

Jounoud al-Sham si trova sulla lista delle organizzazioni terroristiche pubblicata dalla Russia. Tuttavia, non si trova sulla lista delle organizzazioni terroristiche straniere del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti.

Ousbat Al Ansar (la Lega dei partigiani)
Presente sulla lista delle organizzazioni terroristiche, Ousbat al-Ansar si batte per «istituire in Libano uno Stato sunnita radicale». Noto per le sue spedizioni punitive contro tutti i musulmani «devianti», Ousbat al-Ansar ha fatto assassinare personalità sunnite come lo sceicco Nizar Halabi. Per lo stesso motivo, ha fatto saltare in aria strutture pubbliche giudicate empie: teatri, ristoranti, discoteche. Nel gennaio 2000, ha attaccato a colpi di razzi l'ambasciata russa a Beirut.

Quando, nel settembre 2002, ho visitato i campi palestinesi del Libano, l'inquietudine dei resistenti palestinesi era palpabile. Molti di loro erano stati uccisi durante i tentativi di assunzione del controllo dei campi da parte di questo gruppo, considerato essere vicino ad al Qaida.

Il mito dell'Esercito libero siriano (Els)
Bisogna riconoscerlo: i cacciatori di dittatori che popolano le redazioni delle grandi testate giornalistiche sono diventati abilissimi nell'arte del camuffamento, quando si tratta di presentare i «resistenti» che servono gli interessi del loro campo. Nei panni di veri chirurghi estetici, trasformano l'Esercito libero siriano (Els) in un movimento di resistenza democratica di bravi e simpatici militanti, composto da disertori umanitari disgustati dalle atrocità commesse dall'esercito regolare siriano.

Non c'è dubbio alcuno che l'esercito del regime baathista non va tanto per il sottile, e commette imperdonabili abusi contro i civili, che costoro siano terroristi, manifestanti pacifisti o semplici cittadini presi fra due fuochi. A questo riguardo, gli importanti mezzi di comunicazione ci colmano fino alla nausea dei crimini imputabili alle truppe siriane, qualche volta a ragione, ma sovente a torto. Perché, in termini di crudeltà, l'Els non si comporta veramente meglio.

Solo qualche raro giornalista, come l'olandese Jan Eikelboom, osa mostrare il rovescio della medaglia, quello di un Els sadico e ignominioso. Anche la corrispondente a Beirut di Spiegel, Ulrike Putz, scalfisce la reputazione dell'Els. In un'intervista pubblicata sul sito web del settimanale tedesco, Ulrike Putz ha evidenziato l'esistenza di una «brigata di becchini» incaricati dell'esecuzione dei nemici della loro sinistra rivoluzione a Baba Amr, il quartiere di Homs, insorto e poi ripreso dall'esercito siriano.

Un massacratore intervistato da Der Spiegel attribuisce alla sua brigata di beccamorti da 200 a 250 esecuzioni, quasi il tre per cento del bilancio complessivo delle vittime della guerra civile siriana dello scorso anno.

Per quanto riguarda le agenzie umanitarie, è stato necessario attendere la data fatidica del 20 marzo 2012 perché un'eminente organizzazione non governativa, vale a dire Human Rights Watch, finalmente riconoscesse le torture, le esecuzioni e le mutilazioni commesse dai gruppi armati che si oppongono al regime siriano. Dopo undici mesi di terrorismo degli insorti.

Secondo fonti militari e diplomatiche, l'Els, questo esercito di cosiddetti « disertori», sarebbe carente di effettivi militari. Per ovviare a questa carenza di combattenti, l'Els arruolerebbe dei salafiti, senza andare tanto per il sottile. La difficoltà di reclutare soldati di leva provenienti dall'esercito regolare è dopo tutto abbastanza logica, dato che un disertore è per definizione un uomo che abbandona il combattimento. Disertare significa abbandonare la guerra. Nel caso siriano, numerosi disertori abbandonano il Paese e si costituiscono come rifugiati.

Il fronte giordano
La fedeltà della monarchia hashemita a Washington e a Tel Aviv è ormai un luogo comune.
Per soddisfare i suoi alleati, la Giordania è stata anche il primo regime arabo ad invitare Bashar el-Assad ad abbandonare il potere.

In politica interna, la Giordania non mostra un atteggiamento più progressista. Anzi, per decenni, Amman ha incoraggiato i Fratelli musulmani secondo un calcolo politico motivato dal desiderio di sradicare il nemico principale, vale a dire l'opposizione laica di sinistra (comunista, baathista e nasseriana). Secondo M. Abdel Latif Arabiyat, ex ministro ed ex portavoce del parlamento giordano,
«i Fratelli musulmani non rappresentano un'organizzazione rivoluzionaria, ma esaltano la stabilità. Con l'ascesa al potere dei partiti nazionalisti e di sinistra, noi abbiamo stipulato un'alleanza informale con le autorità».

La rivolta contro il regime siriano è scoppiata a Deraa, una città del sud della Siria vicina al confine con la Giordania, ed ha risvegliato gli appetiti di conquista delle fazioni jihadiste di base in Giordania, che si erano ben moderate in seguito alle numerose perdite subite all'interno dei ranghi di al Qaida. Fra le altre, troviamo la Brigata Tawhid, una piccola formazione armata jihadista formata da parecchie decine di combattenti, in precedenza attivi all'interno di Fatah al-Islam, che si infiltrano in Siria per attaccare l'esercito governativo.

Il portale giordano di informazioni liberal Al Bawaba rivela che la città di confine di Ramtha accoglie mercenari libici pagati dall'Arabia Saudita e dal Qatar. D'altronde, essendo situato tra la Siria e l'Arabia Saudita, il Regno hashemita costituisce un passaggio obbligato per tutti gli jihadisti, gli istruttori e i convogli militari inviati da Riyad.

Il fronte saudita
Come si può immaginare, lo Stato wahhabita non poteva restava immobile di fronte agli eventi che stanno scuotendo la Siria, un Paese faro del nazionalismo arabo ed inoltre amico dell'Iran, nemico giurato dei sauditi.

Riyad alimenta il terrorismo anti-siriano attraverso diverse modalità: diplomatiche, economiche, religiose, logistiche e, ben s'intende, militari. La Casa di Saud ha sponsorizzato gli jihadisti attivi in Siria, incoraggiandoli attraverso i suoi strumenti di propaganda, e accreditandoli a mettere il Paese a ferro e fuoco. Ad esempio, dopo aver autorizzato la jihad in Libia, e aver invocato l'eliminazione di Mouammar Gheddhafi, lo sceicco Saleh Al Luhaydan, una delle più prestigiose autorità giuridiche e fatalmente religiose del Paese, si è dichiarato favorevole allo sterminio di un terzo dei Siriani per salvarne gli altri due terzi. Sulla emittente televisiva saudita al-Arabiya Tv, il predicatore Aidh al-Qarni ha dichiarato che «ammazzare Bashar è più importante dell'ammazzare israeliani!». È sempre da Riyadh, e attraverso la catena relevisiva Wessal Tv, che Adnan Al Arour ha lanciato un appello per fare a pezzi gli Alawiti e dare la loro carne ai cani.

Le recenti dichiarazioni cristianofobe dello sceicco Abdul Aziz bin Abdullah, riportate da Arabian Business, sicuramente non giungono a rassicurare i Cristiani di Siria: sulla base di un hadith (narrazione secondo la tradizione orale) che riporta la dichiarazione del profeta Maometto sul letto di morte, «non dovranno esserci due religioni nella penisola arabica», lo sceicco saudita Abdullah, la massima autorità wahhabita al mondo, ne deduce che è necessario distruggere «tutte le chiese presenti nella regione». I Cristiani di Siria, prede dell'odio religioso, trovano in questa affermazione un motivo in più per sostenere Bashar al-Assad.

Molti sono i cittadini siriani ostili al regime di Bashar Assad, che tuttavia si preoccupano del padrinato del loro movimento democratico da parte di una teocrazia, che ancora decapita le donne accusate di stregoneria, che tortura i suoi oppositori politici nelle prigioni, e che non riconosce né un parlamento né elezioni.

Sotto il sole di Riyadh esiste anche Bandar, che non ha bisogno di presentazioni. Il suo ruolo torbido negli attentati di Londra, nel finanziamento di gruppi armati salafiti rivendicato dall'interessato, le sue collusioni con il Mossad, il suo odio verso Hezbollah, verso la Siria e l'Iran fanno del principe saudita Bandar bin Sultan, segretario generale del Consiglio nazionale per la sicurezza, un elemento fondamentale del piano per distruggere la Siria laica, multiconfessionale, sovrana e non sottomessa.

Il fronte del Qatar
Il Qatar è soprattutto una gigantesca base militare degli Stati Uniti, la più grande esistente all'esterno degli Stati Uniti. d inoltre, per inciso, è il regno di un piccolo emiro mediocre, falso e avido. Nel suo regno, non c'è parlamento, nessuna Costituzione, nessun partito, tanto meno le elezioni. Nel 1995, ha organizzato un colpo di Stato contro il suo stesso padre.

Con il resto della sua famiglia, controlla tutta la vita economica, politica, militare e culturale del Paese. La celebre catena televisiva al Jazeera è il suo giocattolo personale. In poco tempo, ne ha fatto una potente arma di propaganda anti-siriana. Il nome di Sua Maestà è Hamad Ben Khalifa al Thani.

Malgrado i suoi dollari e le sue campagne di mobilitazione contro la Siria, al Jazeera è un esercito in rotta. Le colate di disinformazione che si riversano a proposito della Siria dagli studi della catena televisiva hanno determinato le dimissioni dei suoi personaggi più in vista. Da Wadah Khanfar a Ghassan Ben Jeddo, da Louna Chebel a Eman Ayad, al Jazeera ha dovuto subire importanti defezioni, che passano inosservate nella stampa occidentale. Nel marzo 2012, anche Ali Hachem e due suoi colleghi hanno abbandonato il bastimento della pirateria informativa del Qatar. Alcune email di Ali Hashem trapelate hanno riguardato misure di censura assunte da al Jazeera rispetto ad immagini di combattenti contro Bashar, che si infiltravano in Siria dal Libano, in data aprile 2011. Dunque, queste immagini fanno risalire la presenza di un'opposizione armata di natura terroristica agli inizi della cosiddetta «Primavera siriana». La loro pubblicazione avrebbe smentito l'idea secondo la quale il movimento anti-Bashar non si sarebbe radicalizzato che alla fine dell'anno 2011, una tesi fatta propria da tutte le cancellerie occidentali.

Malgrado questi scandali a ripetizione, i « nostri» media continuano a considerare Al Jazeera come una fonte affidabile, e il suo padrone, l'emiro Hamad, come un apostolo della democratzia siriana.

Il fronte iracheno
L'invasione dell'Iraq da parte delle truppe anglo-americane nel marzo 2003 ha svolto un ruolo cruciale nell'aumentare il numero dei jihadisti siriani. I posti di confine come Bou Kamal sono diventati punti di transito per i jihadisti siriani che vanno a combattere contro le forze di occupazione in Iraq.

Al Qaida
Il ramo iracheno di al Qaida denominato Tanzim al-Jihad fi Bilad Qaidat al-Rafidayn (Organizzazione della base della Jihad nella Terra dei Due Fiumi) conta molti reclutati provenienti dalla Siria. Si dice che il 13 per cento dei volontari arabi presenti in Iraq erano Siriani. Il terrore da loro scatenato era pari alla loro reputazione.

Dal dicembre 2011 al marzo 2012, le città di Damasco, Aleppo e Deraa sono state bersaglio di numerosi attacchi suicidi o con autobombe, che hanno lasciato sul terreno decine di morti e feriti. Questi attentati sono stati rivendicati da al Qaida, o attribuiti all'organizzazione takfirista da parte delle autorità siriane e dagli esperti internazionali in questioni dell'anti-terrorismo, che confermano l'infiltrazione di terroristi provenienti dall'Iraq.

Jabhat Al-Nusra Li-Ahl al-Sham (Fronte di soccorso della popolazione del Levante). Il 24 gennaio scorso, questa formazione ha annunciato la sua comparsa in vari forum islamici. Come tutti i gruppi terroristici, Jabhat Al Nusra dispone di un organo di stampa: "Al Manara al Bayda" (Il faro bianco).

Il fronte turco
In Turchia, Paese membro della Nato da sessant'anni, è l'Esercito libero siriano che detiene il primato ed esercita il sopravvento. Il suo presunto leader, Riyadh Al Assaad, è ospitato nella provincia turca di Hatay, in precedenza siriana, e beneficia della diretta protezione del ministero degli Affari esteri turco.

Numerose sono le fonti che danno conto di un asse Tripoli-Ankara nella guerra contro Damasco.
Un trafficante d'armi libico sottolinea l'acquisto di attrezzature militari leggere da parte di Siriani a Misurata. L'ex-ufficiale della Cia e direttore del Consiglio per l'interesse nazionale degli Stati Uniti Philip Giraldi parla senza mezzi termini di un trasporto aereo di armi dall'arsenale del vecchio esercito libico verso la Siria, via la base militare statunitense di Incirlik, situata nel sud della Turchia. Egli afferma, anche, che la Nato è già clandestinamente impegnata nel conflitto contro la Siria sotto la direzione della Turchia. Giraldi conferma, inoltre, le informazioni pubblicate lo scorso novembre dal "Canard Enchaîné", vale a dire che forze speciali francesi e britanniche assistono i ribelli siriani, mentre la Cia e forze speciali statunitensi forniscono loro dispositivi di comunicazione e spionaggio. Un altro agente della Cia, Robert Baer, ha dichiarato nell'estate 2011 che armi vengono inviate ai ribelli siriani dalla Turchia. Sibel Edmonds, l'interprete dell'Fbi censurata per aver denunciato abusi commessi da parte dei servizi dello spionaggio degli Stati Uniti, puntualizza come la fornitura di armi ai ribelli siriani venga assicurata dagli Stati Uniti fin dal maggio 2011. Inoltre, gli Stati Uniti avrebbero installato in Turchia una «sezione per la comunicazione», il cui incarico è quello di convincere i soldati dell'esercito siriano a raggiungere le formazioni ribelli.

Il coinvolgimento di mercenari libici non sarebbe unicamente di natura logistica. Secondo molti testimoni oculari, fra cui un giornalista del quotidiano spagnolo "Abc", jihadisti libici e membri del Gruppo islamico combattenti libici sono concentrati alle frontiere siro-turche.

Nella regione di Antiochia in Turchia, prevalentemente di lingua araba, che confina con la Siria, la popolazione locale si imbatte in un numero insolitamente elevato di libici. Occupando gli alberghi più lussuosi della regione, costoro non passano inosservati. Alcuni di questi libici sono autori di molteplici atti di vandalismo in certe zone turistiche, come ad Antalya. Miliziani libici che stazionano in Turchia hanno più di una volta attaccato e occupato la loro ambasciata ad Istanbul reclamando la loro paga.

E gli Stati Uniti in tutto questo?
Tenuto conto delle affermazioni di alcuni agenti della Cia concernenti il coinvolgimento degli Usa nella destabilizzazione della Siria, è ragionevole credere che l'Amministrazione Obama sarebbe indifferente, o meglio compiacente, rispetto alla destabilizzazione di un Paese che figura ancora nella lista degli «Stati canaglia», dato il suo appoggio alla resistenza palestinese e alla sua alleanza strategica con gli Hezbollah e l'Iran?

A questo titolo, la Siria è citata tra i sette Paesi contro i quali «l'uso dell'arma nucleare è possibile».

In via ufficiale, la Nato non ha l'intenzione di intervenire in questo paese. Il suo segretario generale Anders Fogh Rasmussen ha fatto presente che non armerà i ribelli. Tuttavia, alcune email da parte di una agenzia privata statunitense di spionaggio, la Stratfor Intelligence Agency, diffuse da Wikileaks il 27 febbraio scorso, indicano la presenza di forze speciali occidentali in Siria. Il verbale di una riunione, datato 6 dicembre 2011, sottintende che forze speciali sarebbero state presenti sul terreno alla fine del 2011. Si parla di un incontro fra «quattro giovanotti, grado tenente colonnello, tra cui un rappresentante francese e uno britannico». Durante un colloquio della durata di quasi due ore, avrebbero accennato al fatto che squadre di Forze speciali erano già sul terreno, impegnate in missioni di ricognizione e nell'addestramento delle formazione delle forze di opposizione.

Avrebbero giudicato la situazione siriana molto più complessa di quella libica, e il sistema di difesa siriano molto più efficace, soprattutto per i suoi missili terra-aria SA-17 dislocati attorno a Damasco e lungo i confini con Israele e la Turchia.

Conclusioni
Il terrorismo anti-siriano è una realtà che salta subito agli occhi, in senso proprio come in senso figurato. Il suo esordio arriva ben prima della primavera araba. Durante gli anni '70 e '80, i Fratelli musulmani siriani ne sono stati i principali attori. Dopo aver messo il paese a ferro e fuoco, furono schiacciati dall'esercito siriano, soprattutto ad Hama nel 1982. La dittatura baathista puntava sui mezzi militari per sradicare questo flagello, ma come spesso accade, la repressione ha avuto al contrario l'effetto di prorogare o addirittura amplificare la minaccia.

Con il ritiro siriano dal Libano nel 2005, i movimenti jihadisti si sono stabiliti e rafforzati nella regione libanese di Tripoli, quindi nei campi palestinesi del paese dei Cedri. Hanno ritrovato una nuova giovinezza e l'opportunità di prendersi la loro rivincita sul regime baathista, lanciando attacchi in territorio siriano. Poi hanno conosciuto una terza rinascita con la primavera siriana del marzo 2011.

Composti da tutte le nazionalità che popolano la regione, i movimenti jihadisti anti-siriani ostentano un radicale anti-nazionalismo, che non riconosce alcun limite territoriale. Quindi, non possono essere associati in senso stretto ad un solo Paese della regione. Nelle loro fila si trovano sauditi, maghrebini, giordani, libici, ma perfino tanti palestinesi ultraconservatori, che respingono l'idea di una lotta di liberazione nazionale in Palestina, mentre sono favorevoli ad una strategia di guerra di religione «contro gli Ebrei e i Crociati».

Questi gruppi politico-militari hanno causato danni significativi a molti movimenti di liberazione e a tutti i governi nazionalisti arabi. Ad esempio, in Iraq, i miliziani di al Qaida hanno ferocemente combattuto la resistenza sunnita che, comunque, combatteva contro le truppe statunitensi.

Attualmente, i governi libanesi e iracheni, alleati oggettivi del regime di Assad e vittime di questi stessi gruppi armati, cercano di bloccare il passaggio di jihadisti verso la Siria. Ma la conoscenza del terreno da parte di questi ultimi, che dispongono di un appoggio logistico sofisticato da parte della Nato e dei suoi alleati del Golfo, rende le loro frontiere permeabili.

Dunque, la Nato è del tutto coinvolta militarmente in Siria attraverso i suoi alleati arabi, ma anche, e soprattutto, tramite la Turchia che, secondo le dichiarazioni specifiche del primo ministro Recep Tayyip Erdogan, è un attore di primo piano nella realizzazione del progetto statunitense del Grande Medio Oriente, un piano che mira ad abbattere le ultime sacche di resistenza anti Stati Uniti della regione.

(Quest'articolo è stato pubblicato il 9 maggio 2012 sul sito, di cui Kimyongur è redattore, MichelCollon.info)

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