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Non scordare:non soltanto gli assassini fisici ma anche tutti gli altri.

GABRIELE ADINOLFI

 

 

“Dieci, cento, mille Ramelli: la striscia rossa in mezzo ai capelli”. Durante la splendida commemorazione milanese del sacrificio di Sergio, di Borsani, di Pedenovi e ancora di Starace, di Stefanini, di Visconti, assassinati tutti un 29 aprile, ho appreso che i cortei rossi lì, allora, scandivano questo slogan. Rivendicavano il massacro di un ragazzo ammazzato esclusivamente per l'orgoglio delle sue idee, smantellato a colpi di chiave inglese sul cranio da un commando della facoltà di Medicina. Schierati in corteo, minacciavano di ripeterlo, quell'orrore, nella più totale impunità. Questo mentre il fratello, reo di avere lo stesso cognome, doveva partire da Milano per non fare la stessa fine. Questo mentre la giunta comunale, venuta a conoscenza della morte di Sergio, spentosi dopo una lunga agonia durata 47 giorni, esplodeva in un fragoroso applauso. Questo mentre la famiglia doveva tribolare per trovare uno straccio di prete disposto a celebrare il funerale di una giovanissima vittima disarmata che a rigor di logica avrebbe dovuto ricordare il valore del martirio. Questo mentre i funerali, infine organizzati a stento, venivano filmati e fotografati da giornalisti impegnati e le immagini dei partecipanti consegnate agli aguzzini. 
Milano non era Roma che era molto più vivibile e, quindi, fu riempita di morti perché, non potendo reggere lo scontro, i “giustizieri” utilizzarono le armi di fuoco e dovettero accorgersi sulla loro pelle che non erano i soli in grado di farlo.  Roma non era Milano, eppure si sprecarono le complicità e le omertà per l'eccidio di Primavalle, dove un giovane e un bambino di ceto operaio vennero bruciati vivi da borghesissimi guerriglieri proletari. E se la viltà delle viltà, l'illazione che l'eccidio fosse stato provocato in casa per guadagnare voti, venne da Milano, da ambienti poi premiati con il Nobel, il loro funerale romano fu assalito a colpi di bottiglie molotov. Rammento che reagimmo subito e l'inseguimmo a mani nude ma fuggirono sulle motociclette.

Sono contento di aver scoperto quello slogan che, statene certi, non dimenticherò mai. Ma non è per quello che pensate: non è per non dimenticare la ferocia vigliacca, l'anima di plebe e d'orda, la cultura del linciaggio che sono proprie ai sanguinari burattini della Sovversione. Non avevo bisogno di questo per non scordare. Non è per fremere di rabbia e per restare inchiodato al passato e ai lutti non elaborati. È per ben altro che voglio tenerlo sempre a mente, per non essere mai indulgente con tutti quelli che hanno preso a scodinzolare verso i salotti bene, quegli stessi salotti bene che furono i principali assassini dei ragazzi di quel tempo e che sono i garanti dell'invasione di oggi. È per non essere mai indulgente verso tutti quelli che vogliono dimostrare a quei salotti che non sono sessisti, razzisti, omofobi, xenofobi, duri o qualsiasi altra cosa. Non perché si debba per forza essere questo o quello, ma perché affermare di non esserlo per venire accettati, magari andando a fare equilibrismi dialettici cerchiobottisti sulla misura in cui la Rsi partecipò al “Male Assoluto”, sulle diversità insite nei “valori” o nelle “fasi” dell'antifascismo, sui presunti errori mussoliniani, avanzando sempre dei distinguo politicamente corretti, significa continuare ad agitare quelle chiavi inglesi sui nostri crani. Perché non si tratta di critiche o di dissidenze (il fascismo è sempre ricco di entrambe in quanto è gerarchico ma eretico) bensì di rese. Rese che non sono esclusive a chi si arrende quando chi lo fa consegna al nemico le truppe, le bandiere e, con esse, il passato, i martiri e gli eroi.

Sono quindi contento di aver scoperto quello slogan e di non aver mai dimenticato le porcherie vigliacche evocate più su. Lo sono per un altro motivo ancora: perché in quei momenti non c'eravamo solo noi e loro, c'era la gente, tanta gente muta, sorda e cieca. Gente che, in Italia, amava ancora Mussolini e comprava calendari, gadget e busti del Duce, ma senza farsi notare, gente che sapeva perfettamente quanto fossero feroci, intolleranti, impuniti gli aggressori. Gente che si rendeva conto benissimo delle complicità di cui gli assassini godevano in Magistratura, in Parlamento e sulla stampa. E, come durante l'Epurazione questa gente che faceva? Taceva! E tacendo uccideva. Uccideva con la vigliaccheria di chi fa finta di niente e non interviene, la medesima vigliaccheria di chi lascia stuprare le donne, scippare le anziane, e si gira dall'altra parte.  Perfettamente consapevole di quel che accadeva, lasciò a pochi l'incombenza di resistere e morire e attese tempi migliori. Ebbene li ha avuti: ora s'impicca per Equitalia, fallisce per le politiche finanziarie, è invasa da folle straniere, è agghiacciata per la scomparsa della cultura, dell'educazione, del rispetto. È disperata ma senza virilità e brancola sperando in qualcuno, in qualcosa. Ma non c'è proprio nessuno in cui sperare.

Sono perciò contento di aver scoperto quello slogan grazie al quale ho davvero ricordato tutto. Da oggi, consapevolmente, avrò meno pena, meno commiserazione per tutto quello che succede, perché ogni causa ha un effetto e la vigliaccheria conduce alla schiavitù, la schiavitù all'annientamento. Tutti sono in fondo colpevoli di quello che subiscono e ora che cercano disperatamente qualcuno che li aiuti mi viene da dir loro:  “ci potevate pensare prima, conigli!”
Prevedo le obiezioni: che c'entrano le vigliaccherie di allora con quello che è accaduto dopo? C'è un preciso fil rouge perché sono tappe del medesimo processo ma non m'illudo che lo cogliate, Ma anche ammesso che non ci fosse rapporto diretto tra quella resa e questa, c'è identità spirituale e culturale nella viltà, ed è la viltà che vi ha ammanettati e che oggi fa sì che siate spogliati e rovinati. 
Nella frignante disperazione generale si perpetrerà lo scempio e sarà tale che oggi nemmeno riuscite a immaginarvelo; potrà trovare argine solo quando avanguardie temprate da avversità che esse non hanno ancora conosciuto, saranno in grado d'inquadrarsi con disciplina non soltanto esteriore e con spirito non soltanto tribale e, così cresciute e trasformate, potranno educare le masse, selezionandole. Quando saranno finalmente capaci di estrarre dal caotico insieme di folle, di greggi, e di pecore individualiste, una minoranza formata e nutrita che si meriterà di nuovo il nome di popolo.
Questo, forse, avverrà un giorno. Oggi no, oggi quelle masse pagano non solo la prepotenza degli usurai ma anche il fio delle loro colpe.

“Dieci, cento, mille Ramelli: la striscia rossa in mezzo ai capelli”. Questo slogan non lo dimenticherò ed alimenterà perfettamente il mio sentimento durante tutto il periodo in cui le avanguardie non saranno ancora temprate e il non popolo continuerà a impiccarsi davanti a Equitalia senza trovare il coraggio per reagire.
Il mio sentimento sarà però espresso anche da  un altro motto, scritto da mano ignota su di un muro romano esattamente quarant'anni fa, all'indomani dell'assassinio di Pedenovi, che attesta la certezza di una fede entusiasta che non ha bisogno di speranza per vivere e per vincere: “Il 29 aprile gagliardetti al vento: è morto un camerata ne nascono altri cento!”
Ebbene rinascere, di questo si parli, a questo si pensi. Alle tribolazioni di chi non ha la spina dorsale eretta si penserà poi. In piedi, meno lacrime, meno proteste, meno strilli! Non esiste alcun dio che prende le armi al posto di chi anziché combattere prega. O, ancor peggio, si smarrisce, frigna e mendica qualcuno che gli tolga le castagne dal fuoco.

 

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