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Salvini è un fenomeno che andrebbe raccontato, ma per la maggior parte dei giornalisti è più semplice mettersi a fare battute...

di Adriano Scianca -

 

C’erano in tanti, ieri sera al Brancaccio, ma non c’erano tutti. Chi non poteva, ha fatto tardi, ha perso il treno si rassegni: per lui sarà impossibile farsi una idea della serata leggendo i giornali. Il racconto giornalistico della kermesse di Noi con Salvini e Sovranità meriterebbe a sua volta un’inchiesta dedicata, il cui titolo potrebbe più o meno essere “Come i giornalisti non capiscono un cazzo della realtà che li circonda”.

Perché Salvini e ciò che si muove intorno a lui potrà piacere o meno. Ma è un fenomeno sociale e culturale che va raccontato. E invece no, per i media italiani è meglio mettersi in un angolo a fare battute sul popolaccio.

Stranamente sobria Repubblica, che si limita a sottolineare come Salvini sia stato accolto al suo arrivo dallo slogan “Un capitano, c’è solo un capitano”, secondo il quotidiano “il coro che i tifosi della Roma dedicano a Francesco Totti”. E, se è per questo, quello che tutte le tifoserie d’Italia dedicano ai rispettivi capitani. Ma stupisce tanta meraviglia quando è noto che nel circuito leghista Salvini sia conosciuto appunto come “il Capitano”. Ma forse si voleva fare un po’ di folklore mescolando Roma, Totti e magari gettando lì l’insinuazione (ripresa più esplicitamente da altri) che l’eurodeputato sia il nuovo leader di CasaPound (in realtà, molto più semplicemente, il coro è partito dalla componente di simpatizzanti leghisti presenti in sala).

Nello stesso gruppo editoriale fa molto di peggio L’Espresso, con un articolo di Luca Sappino che è un po’ la sagra del sarcasmo. Difficile isolare uno stralcio in particolare: tutto l’articolo sembra scritto con l’ansia di dover per forza far sghignazzare il lettore. Di raccontare il fenomeno con qualche categoria politica non se ne parla, ovviamente. Ci si concentra quindi sui simboli identitari fascisti per dire che… non c’erano. Gran parte dell’articolo è così, racconta quello che non c’era. Fosse stato un tripudio di fasci, ci saremmo sorbiti l’indignazione perché c’erano i fasci. Siccome non c’erano, ci indigna perché non c’erano.

Curioso, poi, il modo utilizzato dal giornalista per rendere conto dell’indubbio successo numerico: “Roma, si sa, con Salvini non è così generosa. Già a febbraio la manifestazione di piazza del Popolo era andata così così, con la piazza piena a metà, nonostante il palco fosse stato posizionato strategicamente. Il teatro è più semplice, sì, e infatti è pieno, con i suoi 1300 posti”. Il teatro è più semplice, già. Chiunque raccoglie 1300 persone di lunedì sera, che ci vuole.

La chiave di lettura delle presenze è tutta politichese: “Dentro ci sono i militanti di CasaPound, qualche volto della destra storaciana riconvertito al leghismo, qualche ex An, noto nei consigli municipali brancaccio2romani”. Vero. Ma ci sono soprattutto tante persone normali, dalle borgate o dai quartieri bene. Ma per la stampa questa dimensione di realtà – il popolo, la vita vera – è come se non esistesse. Una volta annotata la comparsata dell’ultimo assessore si è contenti così.

Non manca la bordata a CasaPound e parlando di Simone Di Stefano si dice che “lui è il leader che ha ormai sostituito il fondatore Gianluca Iannone”. Non è una notizia (e infatti non è vero), non è una analisi, sembra più un dispettuccio inutile. Ma è L’Espresso o l’asilo Mariuccia?

Linkiesta, incurante delle contraddizioni, prima afferma che “per allargare la platea Casapound gioca la carta del restyling partendo dal Brancaccio. Bandiere, spillette e volantini non hanno il simbolo della tartaruga. Ovunque si legge Sovranità (slogan già visto a febbraio in piazza del Popolo), tre spighe di grano giallo su sfondo blu e la scritta ‘prima gli italiani’. Un escamotage per farsi digerire da un’opinione pubblica severa?”. Poi però si scrive: “Oggi però l’interlocuzione con Casapound sembra la più consolidata. Un passaggio forte, senza imbarazzi né timori. Tutto alla luce del sole, con le truppe romane della tartaruga che acclamano il leader milanese”. Ma c’è restyling o è tutto alla luce del sole? Boh…

L’apice è però raggiunto da Fabrizio Roncone, del Corriere della Sera, che decide semplicemente di descrivere un altro evento, un’altra serata, un’altra manifestazione. Il tono è di nuovo quello saputello/sarcastico, (uno dei disastri che Twitter avrà sempre sulla coscienza). Nel fanta-resoconto di Roncone, i militanti di Sovranità non parlano praticamente mai senza introdurre la frase con un vocativo nostalgico: “Camerati, piano, non spingete!”. “Cameratiii! Adesso silenzio!”.

Roncone ha sbagliato festa, è finito in una serata a tema “Vogliamo i colonnelli” e non se ne è accorto. La prima metà dell’articolo è basata sull’ansia che Salvini non arrivi. Arriva puntualissimo, ma nel resoconto sembra quasi una fatalità casuale. Quelli del servizio d’ordine hanno i “fisicacci” (mica come i servizi d’ordine di tutti gli altri movimenti, eventi, kermesse, che sono composti da mingherlini). Roncone vede poi i tatuaggi «Dux». «Credere obbedire combattere». «Me ne frego». «Patria mia». «Mai indietreggiare»: da “Vogliamo i colonnelli” è passato a “Teste rasate”. Ieri sera al Brancaccio è accaduto qualcosa. O forse no. Ma in ogni caso non saranno certo i giornali a raccontarvelo.

 

Fonte: Il Primato Nazionale

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