Quanto costa all’Italia la morte (annunciata e voluta) dello stato libico? Molto. Troppo. Il governo di Tripoli — un intruglio di Fratelli musulmani e inaffidabili clan tribali, sponsorizzato dall’Arabia e dalla Turchia neo ottomana—, quello “laico” di Tobruk — appoggiato dall’Egitto e dagli Emirati — e il califfato terrorista di Derna — frutto avvelenato dell’ISIS e da non troppo occulti fans come il Qatar… — si contendono, armi alla mano, un cospicuo tesoretto. Parliamo di centinaia di miliardi di dollari sparsi e investiti da Gheddafi in tutto il mondo; buona parte dei dobloni del defunto— sino all’altro ieri lo zio Paperone d’Africa — è stata investita proprio nel nostro paese. Una storia ancora tutta da scrivere (e spiegare) nella sua torbida complessità.
Torniamo all’oggi. Stando ai documenti ufficiali lo stato libico deteneva sino a qualche settimana fa il 2,9 in Unicredit, l’1,15 per cento dell’ENI, l’1,5 della Juventus. Briciole. Ma la realtà è molto più complessa e nascosta. La realtà è ben celata negli istituti finanziari di tutto il mondo (il rais era un bizzarro ma non uno scemo…) e nei bollenti dossier della Central Bank of Libya, incredibilmente l’unica istituzione ancora funzionante e operante in un paese defunto.
Di certo vi sono soltanto le perdite. Le nostre. Dalla Libia importavamo il 25 per cento dei nostri consumi di petrolio e il 10 % di quelli di gas. Ma non solo. Ancora nel 2013, l’interscambio complessivo ha sfiorato gli 11 miliardi di euro (10,9 per l’esattezza) e nel primo semestre del 2014, malgrado le tensioni crescenti, l’export nazionale verso la Libia è stato pari a 1,7 miliardi (-15,4% rispetto al 2013) e l’import a 3 miliardi (- 58,6%). Soldi veri e pesanti.
Oggi i danni accertati per le 1569 ditte italiane operanti sulla “quarta sponda” supera (tra danni, conti correnti, merci, attrezzature e contratti) il miliardo di euro e la cifra è destinata a crescere. I contratti congelati o svaniti sono un dossier a parte.
Attualmente solo l’Eni continua a lavorare nei giacimenti offshore di Bahr Essalam, Bouri, Wafa e Elephant, quasi tutti in mare aperto e sempre ben protetti dalle milizie locali (ben pagate) e dai nuclei “coperti” delle nostre forze speciali. Bene o male 250-260 mila barili al giorni di olio al giorno continuano a viaggiare verso Gela. Sino a quando?
Fonte: Destra.it
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