
di Gianni Fraschetti -
Mentre gli egiziani hanno comunicato "inizio lavori" e si stanno dando un bel daffare dalle parti di Derna, con le loro forze speciali e i loro aerei, l'Occidente, sotto la la superba direzione USA che tanto ha giovato, giova e gioverà ai popoli del mondo, pare prendersi una pausa di riflessione. Insomma, è calma apparente ma di fatto siamo nell'occhio del ciclone.
Gentiloni, accusato nei giorni scorsi insieme alla Pinotti di aver accellerato per una soluzione militare, nel suo intervento alla camera ha voluto smarcarsi da qualunque critica, evidenziando la necessità di una “soluzione politica”. Una posizione evidentemente suggerita dagli Stati Uniti e che è stata condivisa da Germania, Spagna, Regno Unito e Francia che ieri in una dichiarazione congiunta, dopo aver condannato il terrorismo dello Stato islamico - ISIS. ISIL o IS che si voglia - hanno ribadito l’importanza di implementare il dialogo tra le parti rivali in Libia.
Dunque per ora i cinquemila soldati della Pinotti rimangono a bivaccare in caserma e i Tornado ed Eurofighter restano fermi nelle nostre basi. Come ci ha comunicato il Conducator di Firenze, i tempi non sono ancora maturi, che tradotto vuol dire "....gli americani hanno detto no...". Per ora.
Le strade che restano da percorrere adesso sono due. Una è quella che viene gridata ai quattro venti: lavorare per un governo di unità nazionale in Libia. Opzione alquanto astrusa e che presenta al suo interno notevoli difficoltà, dopo che i numerosi tentativi di mettere insieme i due parlamenti (a Tripoli e Tobruk) promossi dall’inviato Onu per la Libia Bernardino Leon sono falliti. L'altra, che allo stato dell'arte appare più prossima a realizzarsi: attendere una risoluzione Onu che dia la corretta partenza all’intervento militare con il solito pretesto “umanitario” e il nobile fine ultimo di "esportare la democrazia e porre fine alla barbarie dello Stato Islamico".
In attesa della decisione del Consiglio di sicurezza, possiamo stare comunque tranquilli perché ci sta pensando il neo alleato egiziano, il presidente Al-Sisi, a portarsi avanti con il lavoro. Il novello Faraone è, secondo i nostri standard "democratici" - quelli che di solito precedono la successiva "terapia intensiva" - niente altro che uno spregevole dittatore. Di questi tempi non si va tanto per il sottile, ma chissà che, sistemata la questione libica e definitivamente ridotta a un inferno anche la Siria, il prossimo a incorrere in una campagna aerea di rieducazione e democratizzazione non sia proprio lui. Per il momento comunque l'uomo fa comodo e quindi chi se ne frega se ha raggiunto il potere con un colpo militare, ha ucciso da allora già oltre 1.500 persone e ha arrestato più di 15.000 oppositori. "E' un bel bastardo, ma è il nostro bastardo", come ebbe a dire quel sant'uomo di Rockfeller parlando del dittatore di Panama Noriega.
Il generalone egiziano pentastellato - nulla a che vedere con Grillo, solo i gradi sulle spalline - intervistato dalla radio francese Europe 1, ha esortato le Nazioni Unite a formare una coalizione internazionale che possa subito intervenire in Libia. “Non c’è altra scelta, è il popolo e il governo libico che ci chiede di agire. Dobbiamo sconfiggere il terrorismo” ha dichiarato. Una versione mediorientale dell' "...Europa che ce lo chiede..." e dunque non si può dire di no.
Adesso Al-Sisi - e non solo lui , a dire il vero - attende notizie da New York. Nel pomeriggio, infatti, si riunisce una sessione di emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu per discutere di una risoluzione che liberebbe le mani a tutti coloro cui, per un motivo o per un altro, prudono. Per il momento il Ministro degli Esteri egiziano Shoukri non ha escluso l’invio di truppe di terra internazionali e ha assicurato che l’Egitto continuerà i suoi raid aerei dentro la Libia contro i combattenti jihadisti. “Prenderemo tutte le misure necessarie per difendere i nostri interessi e proteggere le nostre persone” – ha aggiunto - sottolineando come l’Egitto e la Libia collaborino congiuntamente alla formulazione di questa proposta.
L’ambasciatore russo presso l’Onu, Vitaly Churkin, si è detto d’accordo a lavorare insieme all'Egitto per giungere ad una soluzione condivisa e quello al Cairo ha messo a disposizione una robusta forza da combattimento terrestre composta, tra l'altro, anche di un contingente di Spetznaz, le famose forse speciali russe.
E dunque, mentre si prepara la tempesta perfetta, da Kiev e Tripoli, siamo adesso nell'occhio del ciclone, circondati dal flagello ma in una condizione di calma apparente. Prima che inizi il diluvio di bombe.
Gli spin doctors hanno già coniato la motivazione ufficiale di questa nuova iniziativa filantropica. Sarà “umanitaria” e come ti sbagli, e gli slogan che già circolano nelle redazioni dei media sono “fermare le barbarie dello Stato islamico” e "ripristinare la democrazia". Anche Napolitano il "bombardiere" oggi al Senato ha tuonato per la guerra nel suo primo discorso da ex Presidente, ormai manca solo l'hashtag di Renzi, ma arriverà anche quello, ne siamo sicuri. Il più è stato dunque fatto. Le opinioni pubbliche sono state adeguatamente preparate e caricate a pallettoni e dunque gli elementi diplomatici che usciranno fuori dal testo della risoluzione apriranno solo la strada a un intervento militare ad ampio raggio sul territorio libico.
In ballo ci sono i soliti interessi economici e il petrolio fa gola. Soprattutto a Parigi, tanto attiva nel 2011, e che in queste ore cela a stento il suo malcontento per la moderazione occidentale. Hollande deve emulare Sarkozy evidentemente. Deve trombare più di lui, pippare più di lui e fare bordello più di lui. Due veri nani biologici e politici di rara fattura che ne hanno combinate finora più di Carlo in Francia, tanto per rimanere dalla parti loro. Marine Le Pen, commossa, ringrazia.
Ma anche il resto dell'Europa non scherza, con l’Italia in prima fila con il suo condottiero da operetta e il suo imperialismo straccione che non vuole perdere l’influenza su un paese che non pochi qui da noi consideravano una estensione del territorio italiano e che ci precipiterebbe nell'abisso se perdessimo le sue risorse energetiche, soprattutto il gas.
E infine c'è la spinosa questione degli immigrati che comunque va affrontata e risolta, prima che la bomba sociale che è in corso di attivazione finisca con l'esplodere facendo sembrare i fatti di Tor Sapienza una scampagnata di goliardi il giorno della festa delle matricole. Senza contare le possibili infiltrazioni terroristiche che già fin troppo se ne è parlato.
L‘Occidente dunque rientrerà in Libia a vele spiegate, qualora mai se ne fosse andato. Quattro anni fa deponeva con le armi un “dittatore” con cui per quattro decenni, tra alti e bassi, aveva fatto affari d'oro. Ha preparato, istigato e successivamente ha assistito indifferente alla sua umiliazione e uccisione per mano dei tagliagole da lui pagati. Quei combattenti che oggi sono chiamati terroristi, ma che fino all’altro ieri erano gli alleati cui avevamo consegnato armi sofisticate a profusione.
E in tutto ciò è del tutto normale che si pensi al Generale Khalifa Aftar per guidare il paese, quando la guerra che verrà sarà finita. Una figura che più losca non si poteva. Un bel bastardo, sul serio, ma evidentemente anche Aftar, come Noriega, è il bastardo di qualcuno che conta. A questo punto resta solo da capire il nemico chi è. Lo Stato islamico? Ci pare molto giusto, e gli altri gruppi radicali islamici che occupano Tripoli, Misurata e Tobruk saranno nostri alleati contro di lui? Perfetto, così abbiamo la scusa per ricominciare tutto il teatrino un'altra volta, quando ne avremo la necessità, e comunque per non fare dormire sonni tranquilli a tunisini ed egiziani.
Nonostante tutti questi punti oscuri, siamo comunque pronti a iniziare un’altra guerra. Ancora qualche giorno, giusto per finire di lucidare i condotti dove deve esplodere lo sdegno delle generose popolazioni occidentali e far così digerire le spese atroci, umane e finanziarie, della nuova avventura e poi si comincia. Qui da noi il governo alzerà il livello terrorista, le forze di sicurezza smantelleranno “cellule terroristiche pronte a colpire”, sarà aumentata la presenza militare nelle strade della nostra città e prepareranno quindi il clima adatto per circoscrivere ulteriormente i nostri spazi individuali e collettivi.
Ma che ci volete fare, ogni cosa ha un prezzo e se vogliamo dormire tranquilli bisogna pur sacrificare qualche aspetto della nostra vita. Questo ci diranno e noi lo accetteremo senza fiatare, insieme a tutte le misure che verranno prese. Un altro giro di vite della garrota che sta liquidando la libertà là dove il sole va a morire. A Occidente.
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