Quarantuno anni fa, venivano assassinati i fratelli Stefano e Virgilio Mattei. I suoi assassini non hanno fatto un giorno di carcere. Tra tredici giorni ricorre l'anniversario dell'omicidio di Sergio Ramelli e anche i suoi assassini non hanno fatto carcere Noi non abbiamo dimenticato nulla di tutto ciò...Nulla...
Scrissi questo articolo quando morì la Rame, ma va bene anche ora per ricordare i due ragazzi bruciati vivi, capire cosa furono quegli anni e prepararci, come ogni anno, a commemorare Sergio Ramelli...

di Gianni Fraschetti -
Franca Rame non aveva ancora esalato l'ultimo respiro che subito è scattata nel paese la corsa da parte di una certa cultura di sinistra e del Movimento 5 Stelle ( che farebbe meglio a occuparsi di vicende che lo riguardano direttamente) per trasformarla in un santino prima ancora che in una santa. Se ne sono sentite di tutti i colori: “un paradigma di passioni civili”, “la dedizione generosa per gli altri ne ha fatto una donna speciale”, memorabili le sue “battaglie per i diritti civili e sociali al fianco di studenti e lavoratori” tra poco sarà pubblicato “il suo testamento civile”, “una grande donna”, che ha dato voce alla “vera sinistra”.
A ruota libera, senza nessun freno dettato da una analisi più ponderata del personaggio o quantomeno da un minimo senso del ridicolo. Un'orgia di piaggeria come solo in Italia capita di vedere. Bene, una volta reso cristiano omaggio alla salma, vediamo un po' di capire meglio chi era la signora Rame in Fò e quali sono state queste famose battaglie per i diritti civili e sociali.
Quando si parla di impegno civile, il pensiero delle persone per bene corre subito ai volontari che vanno in Africa, che lavorano nelle carceri per il recupero dei detenuti, agli insegnanti nelle scuole di periferia e nelle borgate dove il disagio è la regola e con tassi elevati di criminalità. Ai medici ospedalieri che sacrificano anche la famiglia e il proprio tempo libero, che sacrificano tutto per curare e salvare la altrui vita, all'impegno dei tanti magistrati per bene, senza nome e senza titoloni sui giornali, in prima linea tutti i giorni, insieme ai poliziotti e carabinieri che credono nel loro lavoro nonostante tutto, nonostante l'Italia in cui viviamo e rischiano la vita ogni giorno, per gli altri. Per servire e per proteggere. Questo per un italiano per bene, che lavora duramente per mantenere la propria famiglia, è l'impegno civile.
Ma per altri no. Per altri, per una certa gauche caviar, l'impegno civile si identifica con la militanza faziosa e ottusa. Una militanza talmente faziosa e talmente ottusa che arrivò a creare, con il fattivo e determinante contributo della famiglia Fò e della signora Rame, una organizzazione criminale chiamata Soccorso Rosso militante, che, a dispetto del nome, di caritatevole non aveva proprio nulla. Ma si occupava ben di altro.
In quegli anni terribili che presero poi il nome di "anni di piombo" Soccorso Rosso era la mosca cocchiera che preparava il crimine e la pattuglia di retroguardia che proteggeva l'esfiltrazione di coloro che lo avevano compiuto. Ovvero, in povere parole, era una organizzazione che spalleggiava e aiutava volgari assassini. Un vizio che peraltro non hanno ancora perduto.
Ricordiamo infatti le parole spese da certi personaggi, tipo Carla Bruni, a favore di un assassino pluricondannato come Cesare Battisti, tanto per ricordare un altro farabutto. La Signora Rame si impegnava civilmente, così come Carlà, per proteggere e sostenere in tutti i modi la peggiore feccia della sinistra. Per capirci bene, essere chiari e non dare luogo al minimo equivoco, per feccia intendo non quella che uccideva durante gli scontri di piazza. Un evento doloroso ma almeno comprensibile nella sua dinamica.
No, Franca Rame non amava il militante dall'occhio febbricitante di passione, pronto a dare la propria vita o a prenderne qualcuna durante un tumulto. No, la signora Rame non era attratta dal coraggio di un duello a viso aperto, era altro che andava cercando. Lei amava le operazioni fatte di notte, in venti contro uno, armati di chiavi inglesi, le famigerate Hazet 36, un oggetto lungo quarantacinque centimetri, del peso di tre chili e mezzo con il quale questi eroi, questi alfieri dei popoli oppressi e della nostra Costituzione nata dalla resistenza, spaccavano ossa, aprivano crani e spargevano su qualche marciapiede insanguinato la materia cerebrale di qualche ragazzino di destra.
Come il povero Sergio Ramelli, morto a 19 anni dopo un pestaggio bestiale e un'agonia atroce, durata un mese. (Per inciso coloro che lo effettuarono, il servizio d'ordine di Avanguardia Operaia, erano soprannominati nel loro ambiente la Brigata coniglio per la vigliaccheria che dimostravano nell'affrontare gli avversari in campo aperto). Ma venti contro uno, di sorpresa e armati di chiave inglese, i conigli divennero jene e finì come finì. Anche per Ramelli, naturalmente, ci fu un pensierino carino da parte della famiglia Fò. Questa volta da parte di Dario, il Premio Nobel, l'ex paracadutista della RSI e rastrellatore di partigiani, riciclatosi guitto e cantore della sinistra.Di una certa sinistra. Di "quella sinistra".
"...Va beh...in fondo è morto solo un fascista....". Queste le sue testuali parole, il suo epitaffio, l'epitaffio di un Nobel per la morte di un ragazzino assassinato, che si inserirono splendidamente in un contesto bestiale nel quale tutti i Consiglieri di sinistra del Comune di Milano si alzarono in piedi e applaudirono freneticamente quando venne annunciata la morte di Sergio Ramelli.
Cosa era dunque la vita umana per questa gente, e per i Fò e per la signora Rame? Cosa rappresentava l'esistenza di un ragazzo di 19 anni, sbriciolato e ridotto a una povera polpetta sanguinolenta a colpi di chiave inglese e lasciato ad agonizzare sull'asfalto di una Milano vera capitale della vergogna?
Nulla. Per il nostro Premio Nobel la vita di Ramelli non era nulla e non valeva nulla. Il ragazzino era un fascista e in quanto tale poteva essere ucciso a loro piacimento, quasi fosse un animale nocivo. Ucciso nella maniera più atroce, la più sanguinaria, la più dolorosa possibile, perchè, come si gridava a squarciagola nelle piazze in quel periodo, "uccidere un fascista non è reato".
E Soccorso Rosso e la famiglia Fò e la Rame erano fanatici sostenitori di questo slogan parecchio impegnativo sul piano morale. Uccidere secondo loro non solo era moralmente lecito ma nelle loro teste era anche privo di conseguenze penali. "Doveva" essere privo di conseguenze e a ciò avrebbe provveduto Soccorso Rosso militante, la creatura di Franca Rame, la "...grande donna, paradigma di passioni civili...".
Seguendo questa logica, certi della impunità, nel '72 viene massacrato a pugnalate Carlo Falvella, uno studente universitario di 22 anni, e immediatamente Soccorso Rosso parte con la sua propaganda mefitica, velenosa, incivile, infangando anche il ricordo di un bravo ragazzo pur di proteggere un altro assassino schifoso, ma il culmine dell'abiezione lo si raggiunge con l'"affaire" Mattei.
Papà Mattei è un operaio. Un operaio missino. A molti sembrerà strano, eppure ce n'erano tanti. Viveva con la sua famiglia a Primavalle, un quartiere popolare di Roma ed era il Segretario della locale Sezione del MSI. Un uomo perbene, un padre amoroso, un lavoratore. Una famiglia a modo i Mattei, stimata e benvoluta nel quartiere, modesta e onesta, con dei bei figli. Il più piccolo, Stefano, ha nove anni. A qualcuno però Mattei da fastidio. Quella Sezione missina, nel cuore di un quartiere popolare da fastidio. Non è tollerabile.
Se ne parla dentro Potere Operaio e la brigata coniglio romana, un gruppo di giovani debosciati, tutti figli di famiglie ricche, tra le quali spiccavano i Perrone, proprietari del Messaggero, decide di passare all'azione e punire l'operaio e la sua famiglia. A modo loro, da quei grandissimi pezzi di merda che erano. E che sono ancora oggi.
Nemmeno le Hazet 36 questa volta. Troppo pericoloso in quel quartiere, magari dalle case popolari sarebbero uscite persone in aiuto delle vittime, altri operai, con le mani più dure delle chiavi inglesi, e dunque questi combattenti della libertà decisero di ricorrere alla peggiore delle infamie. Bruciarli vivi. Una cosa che riesce difficile anche pensare, questi riuscirono a farla sul serio.
Una parte della famiglia Mattei riuscì a sfuggire al rogo, ma per i due fratelli Virgilio e Stefano, il bambino di nove anni, non vi fu nulla da fare. Morirono tra le fiamme, nella maniera più atroce. Dopo poche ore si sapeva già tutto. Un tam tam inarrestabile correva per Roma, di quartiere in quartiere con i nomi e i cognomi dei responsabili di questa infamia. Li sapevano dunque a sinistra, li sapeva perfettamente la Polizia che con i suoi informatori ci mise veramente poco, e li sapevano perfino i militanti delle organizzazioni giovanili del MSI che con uno sforzo immane rimasero comunque immobili, con l'arma al piede, ma ci volle tutto il carisma di Giorgio Almirante per evitare una notte di San Bartolomeo perchè quei giovani, estenuati da un gelido stillicidio di morte che pareva non avere fine, questa volta, di frronte a un bambino carbonizzato, intendevano farsi giustizia nella maniera più sommaria.
Dunque, poichè tutti sapevano chi era stato, tutti si aspettavano i mandati di cattura, ma fu una pia illusione. Non appena il quadro fu chiaro, non appena vi fu la certezza che erano stati quelli di Potop, Soccorso Rosso con la Rame in testa e il resto della famiglia Fò a rimorchio, iniziarono la loro opera infame di disinformazione, di insinuazioni e di spargimento dei peggiori veleni. Mentre Jacopo, il figlioletto, una iena immonda con le peggiori caratteristiche del padre e della madre, pubblicava delle vignette nelle quali addossava la responsabilità del rogo addirittura ad Almirante in combutta col Ministero degli Interni (“Ho provato dolore e umiliazione - starnazzò Franca Rame - nel vedere gente che mente, senza rispetto dei propri morti”), mamma Franca scriveva un messaggio toccante a quel lurido porco assassino di Achille Lollo, l'ideatore della strage, il poveraccio della comitiva dei figli di papà che voleva farsi accettare e benvolere dai suoi "compagni" ricchi e snob, mostrando di quali nefandezze era capace.
"Ti ho inserito nel Soccorso Rosso militante - cinguettava la pasionaria platinata - riceverai denaro e lettere. Così ti sentirai meno solo...". Testuale... ti sentirai meno solo....Il lurido porco assassino doveva sentirsi meno solo, secondo questa sciagurata.
Quanto accadde dopo è storia nota. I sei rampolli autori del crimine ebbero un trattamento giudiziario di totale favore, addirittura assai migliorativo anche rispetto a quello, già eccezionale, riservato ai carnefici di Ramelli. Un trattamento inconciliabile con il tipo di reato commesso e con l'ordinamento giudiziario di uno Stato di Diritto e di una nazione civile.
In uno dei processi farsa vi furono scontri con i giovani del MSI che culminarono con la morte di un altro studente del FUAN, Mikis Mantakas, e alla fine tutti si diedero a una dorata latitanza e nessuno scontò un giorno di prigione per quel delitto. Durante il periodo dei processi la Rame, per nulla pentita di quanto era avvenuto, nemmeno quando le evidenze erano palesi, trovò anche il modo di scrivere un accorato appello al Presidente della Repubblica , Giovanni Leone, augurandosi che cadesse “la vergognosa montatura, ma intanto questo governo lo tiene dentro (Lollo), perché questo serve al sistema”.
In questa infaticabile opera di inquinamento delle coscienze la famiglia Fò non fu mai sola, parecchi di quelli che oggi rivestono ruoli di potere nell’industria culturale italiana provengono da quell’humus, ne fecero parte, e non si sono pentiti. Nemmeno un po'.
Gad Lerner, Giampiero Mughini, Erri De Luca, Paolo Liguori, Paolo Mieli, tanto per nominarne qualcuno ma la lista è lunga, hanno costruito un regime che per decenni ha messo al bando intellettuali di segno diverso. Quella cultura militante non è stata mai contro il potere. È stata ed è ancora l’incarnazione del Potere (anche economico) e la famiglia Fò è stata ed è parte integrante di quel mondo. Non si può quindi dimenticare o minimizzare i danni e l’odio provocati da una certa cultura militante che non ha mai ritrattato.
La Rame, per esempio, non ha mai sentito il dovere in questi anni di ammettere di avere sbagliato con un certo tipo di solidarietà e non ha mai chiesto perdono alle vittime. Se lo avesse fatto sarebbe stata diversamente giudicata in questo momento, così invece risulta solo oltraggiosa, anche da morta e anche in questo tentativo di beatificazione, verso la sofferenza di tante famiglie e verso la vita negata a quanti sono caduti negli anni col sottofondo teatrale di quell’intolleranza incivile, a tratti sanguinaria.
Ammesso che questa signora fosse un'artista, l'arte non è tutto, non giustifica tutto e non assolve da tutto, specialmente da un giudizio etico morale. Che resta pesantissimo. Questo è quanto, e questa volta è veramente tutto.

Per non scordarli mai:
ABATE ORESTE
ADOBATI PIETRO
ALFANO BEPPE
ALIBRANDI ALESSANDRO
ALIOTTI ANTONINO
ALVAREZ ALESSANDRO
ANSELMI FRANCESCO
ANTONELLI GIULIO
ASSIRELLI ORLANDO
BASSA ERMINIO
BIGONZETTI FRANCO
BILLI ACHILLE
BOCCACCIO IVAN
CALIGIANI ORIO
CALZOLARI ARMANDO
CAMPANELLA ANGELO
CECCHETTI STEFANO
CECCHIN FRANCESCO
CIAVATTA FRANCESCO
CRESCENZI RODOLFO
CRESCENZO ROBERTO
CROVACE "MAMMAROSA" RODOLFO
DE AGAZIO FRANCO
DE ANGELIS NANNI
DE NORA PAOLO
DI NELLA PAOLO
DISCALA ELIO
DOMINICI BENVENUTO
ESPOSTI GIANCARLO
FALDUTO ANDREA
FALVELLA CARLO
FERRARI SILVIO
FERRERO ENRICO
FERRI VITTORIO
FERRORELLI GIOVANNI
GATTI FERRUCCIO
GHISALBERTI FELICE
GIAQUINTO ALBERTO
GIRALUCCI GRAZIANO
GIUDICI BRUNO
GRILZ ALMERIGO
JACONIS CARMINE
LABBATE BRUNO
LOCATELI "MICHELIN" FRANCO
LUPARA SERGIO
MACCIACCHINI EVA
MACCIO' DIEGO
MAGENES GIORGIO
MAINO ANTONIO
MANCIA ANGELO
MANFREDI RICCARDO
MANGIAMELI FRANCESCO
MANTAKAS MIKIS
MANZI LEONARDO
MASSAIA LEONARDO
MATTEI STEFANO
MATTEI VIRGILIO
MAZZOLA GIUSEPPE
MEGGIORIN CLAUDIO
MENEGHINI ENRICO
MINETTI RICCARDO
MONTANO SAVERIO
MORTARI IGINO
NARDI GIANNI
NIGRO FRANCESCO
PAGLIA FRANCESCO
PAGLIAI PIERLUIGI
PALLADINO CARMELO
PEDENOVI ENRICO
PETRUCCELLI MICHELE
PISTOLESI ANGELO
PONTECORVO ADRIANA
PRINCIPI PIETRO
RAMELLI SERGIO
RECCHIONI STEFANO
SANTOSTEFANO GIUSEPPE
SCARCELLA PINO
SCARPETTI ALDO
SPEDICATO WALTER
TANZI BRUNILDE
TRAVERSA MARTINO
VALE GIORGIO
VENTURINI UGO
VIVIRITO SALVATORE UMBERTO
ZAVADIL ANTONIO
ZAZZI EURO
ZICCHIERI MARIO
ZILLI EMANUELE
ZUCCHIERI MARZIO
E TUTTI GLI ALTRI CHE CONTINUANO A VIVERE IN QUEI CUORI CHE RENDONO LE LORO VITE SPEZZATE, PER SEMPRE IMMORTALI!
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