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(Adriano Scianca) - La recente discussione sulleunioni civili ha evocato spesso una categoria concettuale passepartout con cui alcuni opinionisti credono di risolvere tutto: i “diritti”. Il ddl Cirinnà, si dice, sarebbe una legge giusta poiché “estende dei diritti”. Manifestazioni come il Family Day, al contrario, sarebbero ai limiti dell’incostituzionalità, o forse anche oltre, poiché si opporrebbero a tale estensione dei diritti. Insomma, è sulla base dei diritti che si stabilirebbe la ragione e il torto, peraltro in forma assoluta, sottratta al dibattito. In realtà ogni decisione politica ha a che fare con i diritti, poiché le leggi hanno esattamente la funzione di stabilire ciò che è lecito e ciò che non lo è, quindi ciò che si ha diritto o meno di fare. Ma è evidente che nella retorica dell’attivismo gay non è di questi “diritti” che si parla, bensì di un concetto molto più sfuggente. A proposito del quale il filosofo scozzese Alasdair MacIntyre ha sostenuto che “sarebbe un po’ strano che esistessero diritti del genere, validi per gli esseri umani semplicemente qua esseri umani, alla luce del fatto […] che non c’è nessuna espressione nelle lingue antiche o medievali correttamente traducibile con la nostra espressione ‘un diritto’, fin quasi al termine del Medioevo: non c’è nessun mezzo per esprimere questo concetto in ebraico, greco, latino o arabo, classici o medievali, prima del 1400 circa, per non parlare della lingua anglosassone, o dei giapponese addirittura fino alla metà del diciannovesimo secolo”. Per poi concludere con una lapidaria e famosa sentenza: “Non esistono diritti del genere, e credere in essi è come credere nelle streghe e negli unicorni”.

Se la nozione soggettiva di diritto è tutta moderna e occidentale, la parola – in tutt’altra accezione – ha invece una storia lunga. Il termine italiano “diritto” deriva dal tardo latinodirictum, che aveva sostituito directum, ovvero “ciò che è retto”. Directum è del resto il participio del verbo dirigere, ovvero de-regere. Siamo finiti, quindi, in prossimità di nozioni su cui Émile Benveniste ha molto insistito, che sono quelle legate alla radice indoeruopea *reg- da cui derivano sia rex che regio e regere. Scrive il grande linguista: “Bisogna partire da questa nozione del tutto materiale all’origine, ma pronta a svilupparsi in senso morale, per capire bene la formazione di rex e del verbo regere. Questa duplice nozione è presente nell’importante espressione regere fines, atto religioso, atto preliminare della costruzione; regere fines significa alla lettera ‘tracciare le frontiere in linea retta’. È l’operazione che compie il grande sacerdote per la costruzione di un tempio o di una città e che consiste nell’indicare sul terreno lo spazio consacrato. Operazione di cui è evidente il carattere magico: si tratta di delimitare l’interno e l’esterno, il regno del sacro e il regno del profano, il territorio nazionale e il territorio straniero. Questo tracciato è fatto dal personaggio investito del massimo potere, il rex. In rex bisogna vedere non tanto il sovrano quanto colui che traccia la linea, la via da seguire, che incarna nello stesso tempo ciò che è retto: la nozione concreta enunciata dalla radice *reg- è molto più viva inrex, alle origini, di quanto si potrebbe pensare”. Il “diritto”, quindi, non è, all’inizio, quel concetto disincarnato e astratto, ma è una nozione estremamente concreta e localizzata: ha a che fare con la terra e l’atto del dividerla, del tracciare solchi, inteso in senso tanto giuridico che sacrale. Il diritto rimanda a una regio perimetrata da un rex. È quindi doppiamente incarnato: in un luogo e in una legislatore originario. Per dirla con Schmitt: non c’è Ordnung senza Ortung, non esiste ordine senza localizzazione.


Ora, come si è passato da tutto questo ai “diritti” richiesti dalle comunità lgbt? La genealogia dei diritti dell’uomo è stata tracciata a suo tempo da Stefano Vaj in un eccellente libro sull’argomento (peraltro integralmente on line) e sembra prendere le mosse dal monoteismo biblico (esatto: cattolici e attivisti gay che oggi si scannano sono ideologicamente parenti), per poi secolarizzarsi e farsi dottrina attraverso i pensatori liberali, fino a diventare morale planetaria dopo il 1945, come polo “sintetico” in cui si possano raccogliere tutte le ideologie della modernità, riscopertesi sorelle dopo l’emersione del fenomeno storico delfascismo. La richiesta degli attuali “diritti civili” segna peraltro un’ulteriore evoluzione: dalla solennità delle altisonanti dichiarazioni dei diritti si è passati a una variante apertamente edonistica, consumistica di tale ideologia. La molla non è più la libertà, ma il desiderio. La stessa definizione di “diritti civili” è una truffa, dato che, a rigor di etimologia, dovremmo riferirci ai diritti del civis, del cittadino, quindi stare dentro una logica comunitaria. All’esatto opposto, i “diritti civili” sono invece i diritti delle minoranze, rivendicati al di là e spesso contro la comunità. Il tutto, ovviamente, con enfasi fanatica. Succede sempre così, del resto, per chi crede di vedere le streghe e gli unicorni.A Roma, tuttavia, l’ambito del diritto non cade sotto il dominio della parola directum ma, come noto, sotto quello dello ius. È di nuovo Benveniste a spiegarci che ius non ha che fare con nozioni astratte ma con una formula: la formula recitata all’atto del giuramento davanti a un dio. Attenzione, non l’impegno preso di fronte alla divinità, che è il sacramentum, ma proprio la formula pronunciata a voce alta: il verbo di ius è, appunto, iurare. Ius, quindi, spiega il linguista francese, “è un concetto che non è solo morale, ma prima ancora religioso, quello che dà alla parola il suo valore: la nozione indoeuropea di conformità a una regola, di condizioni da soddisfare perché l’oggetto (cosa o persona) sia accettato, perché compia il suo ufficio e abbia tutta la sua efficacia”. La iustitia è appunto la condizione in cui tutto ciò si verifica secondo la norma. Ma il diritto così inteso rimanda innanzitutto a dei doveriiustus è chi fa ciò che deve nei confronti dei genitori, dello Stato, degli Déi etc.

 

 

Fonte: Il Primato Nazionale

 

 

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