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...continuons le combat !

 

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di Gianni Fraschetti -

 

È abitudine ormai consolidata attribuire ai risultati elettorali differenti significati, a seconda di come fa comodo e meglio si inserisce nel solco del  'politicamente corretto'. Lo stesso evento può quindi essere un opportuno indicatore di tendenze in atto e un segnale inequivocabile di scelte popolari, oppure  soltanto un sintomo simbolico di mali che si possono facilmente scongiurare. Magari con le stesse ricette e raddoppiando le somministrazioni della cura che ha portato all' evento.  I fatti degli ultimi giorni, quello francese e quello veneto, comunicano il medesimo messaggio anche a coloro che preferiscono voltare il capo per non guardare: l'inadeguatezza di una sinistra che ormai è tale solo a parole e nemmeno sempre, ma nei fatti è divenuta il primo maggiordomo del neoliberismo e della finanza internazionale e l'incapacità del sistema, nel suo complesso, di arrestare la rovinosa caduta del modello economico e sociale nato dal secondo conflitto mondiale. E scusate se è poco, eppure la reazione della stampa main-stream, dei maitre a penser e dei circoli fiancheggiatori del potere (quello vero) è stata quella di considerare quanto avvenuto oltralpe e qui da noi, semplicemente come un evento di retroguardia di chi si colloca "dalla parte sbagliata della storia", una allegoria rozza e un bel po’ demodé rispetto all'inarrestabile spinta fisiologica verso l’unitarietà moderna, il tutto grigio e tutto uguale imposto dalla globalizzazione, dall’obbligatorio europeismo, e dalla coesione, non quella sociale ma quella finanziaria, ormai egemonica. Un de-ja-vu inquietante che perpetua l'arroganza di una razza che si crede padrona dellla cultura, del bon-ton politico e storico, del galateo istituzionale  e probabilmente della stessa intelligenza, ma la sottovalutazione sprezzante di fenomeni accusati di populismo grossolano, antistorico e impolitico, rende solo manifesto il patetico e difensivo arroccamento ottuso della classe dirigente dominante in Europa, tanto che il monarca assoluto che siede sull'alto colle, in preda a uno dei suoi attacchi di autoritarismo emergenziale, ha scelto la commemorazione dell’eccidio delle Fosse Ardeatine per trasformarlo nella celebrazione della ineluttabilità europea. Come fosse un destino già segnato. Riuscendo così ad associare e coniugare, in una ideale comunione e prosecuzione di intenti, il massacro di allora e quello in corso attualmente. Veramente un capolavoro di comunicazione negativa. Viviamo ormai in una democrazia svuotata più che sospesa, con la speranza, per la quale morirono i 300 delle ardeatine ma anche i 30 tedeschi di via rasella,di dare forma e contenuto al progetto di una società senza sfruttamento, equa, solidale, che è stata truffata e ridotta a un’utopia ridicola per “anime belle”. Ma d’altra parte, anche quelle che Hegel chiamava “anime belle” , in contrapposizione a coloro che l’anima l'avevano giosamente accantonata, preferendo potere e oro sonante, hanno le loro belle colpe. Non ultima quella di aver permesso la nascita e l'affermazione di questo mostro alieno chiamato Unione Europea, una istituzione intergovernativa diretta dalla finanza, amministrata da un ceto burocratico “separato”, tenuta insieme solo da un vincolo monetario e debolmente legittimata da un Parlamento senza potere, eletto nel 2009 solo dal 43% dei cittadini europei. Una mutazione genetica devastante, rispetto alle speranze  di una Europa delle genti e delle Patrie, che toglie sovranità alle nazioni e schiaccia i popoli in difficoltà. E invece di tuonare contro questo intollerabile stato di cose, Napolitano alle Ardeatine ci ammonisce  a subirla questa Europa assassina, ora e domani, come inevitabile e inviolabile, come un destino imperscrutabile, indiscutibile e ineluttabile. Secondo questo signore e il suo nuovo giullare fiorentino, noi dobbiamo continuare a subire questa Europa matrigna e i suoi diktat, anche una volta accertato il fallimento delle sue politiche di austerità, degli aggiustamenti strutturali, delle privatizzazioni imposte e che stanno infliggendo privazioni insostenibili a milioni di cittadini, degli effetti in termini di disoccupazione e di occupazione precaria che hanno toccato livelli altissimi, della caduta del PIL che ha perso oltre 10 punti rispetto al 2007. La combinazione micidiale di indiscutibili indicatori, quali la deflazione, ossia una forte caduta del livello dei prezzi in molti settori, la domanda aggregata stagnante, più una crescita del PIL che nei prossimi anni continuerà a registrare tassi dell’1 per cento o meno (se mai ci sarà), sta portando tutte le rispettive economie, a cominciare dalla nostra, verso l’irreversibile, definitiva rovina.  Allora, se questa Europa macellaia si è fatta interprete puntigliosa della teoria degli shock, abituandoci tramite traumi violenti e ripetuti ad accettare l’apocalisse prossima, sarebbe opportuno che chi è ancora capace di intendere, di volere e soprattutto di credere e non ha paura di essere accomunato a forze e formazioni "storicamente maledette" assumesse l’affermazione della Le Pen con esultanza, come uno shock salutare e indispensabile per scardinare  il ricatto-padre di tutti i ricatti, l’appartenenza obbligata e imprescindibile (come dice la cara salma) a “questa” Europa, con tutto quel che ne consegue in termini di dolore, ovviamente.  Il trionfo del Fronte Nazionale è il ritorno del colore in un mondo piatto e grigio, è la rivincita del sorriso e della felicità sulla tristezza e sulle lacrime, è la vittoria delle differenze e delle identità nel piattume dell'egualitarismo imposto,  è lo squillo tonante che ci deve svegliare dal nostro stato catatonico, per divincolarci dall’isteria della crisi e dal tallone di ferro delle necessità proclamate che ci vorrebbero indurre a credere alle menzogne ripetute e sfrontate delle socialdemocrazie e dei popolarismi europei (i compari assassini delle genti), e in Italia del PD e del PDL (oggi FI), autori e correi di crimini contro i popoli come il fiscal compact e il pareggio in bilancio in  Costituzione. Gli è che ci sono due modi di essere contro “questa” Europa, uno è quello subdolo di chi illude  (Tsipras- M5S ad esempio) che ci possa essere, dentro questa Europa assassina un' altra Europa fatina-buona, proponendo impossibili revisioni di trattati nell'ambito dello stesso gioco dell'oca che stiamo giocando adesso, col solo risultato di continuare a girare in tondo e non  arrivare mai, ma regalando l'illusione di avere percorso un sacco di strada.  L’altro è quello di usare l’euroscetticismo a buon fine per disegnare un progetto di Confederazione europea in grado di proporre cooperazione, pace,  e soprattutto benessere dei popoli.  Per fare ciò questa Europa canaglia e i presupposti su cui è stata fondata devono essere smantellati e sparire, per ritornare alla piena sovranità degli Stati-Nazione e delle loro banche centrali, tornate pubbliche. Da lì  ricomincieremo tutto da capo, dalle fondamenta. Mettendo la moneta per ultima. Da anni veniamo richiamati al pragmatismo più becero, fondato su postulati ammantati di sacralità presidenziale, (dall'euro non si può uscire, per esempio), bollando qualsiasi pensiero “altro” di fantasia ingenua, di rifiuto della realtà, e imponendo un senso comune che non può  e soprattutto non deve prevedere alternativa all’assoggettamento, all’acquiescenza, all’ubbidienza. Marine Le Pen ieri ha usato uno slogan del ’68, ce n’est qu’un dèbut... Ci conviene fare come lei e rispolverarne un altro che faceva furore a quei tempi: siamo realisti, vogliamo l’impossibile.

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