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Le ideologie sono finite, dicono, e mo'?

di Gianni Fraschetti -

Che brutti tempi che viviamo, tutti sono ormai impegnati a rammentarci in continuazione quel che il vecchio grigiocrate Monti e i suoi compagni di merende Fini e Casini andavano predicando già da tempo. Le ideologie non esistono più e quindi dobbiamo rassegnarci a vivere con la matita dietro l’orecchio, come i salumieri, e farci attentamente i calcoli del nostro tornaconto ogni volta che dobbiamo prendere qualche decisione. Un mondo grigio di ragionieri, dunque. Un mondo dove il cuore viene mandato alfine in pensione (almeno lui, alla faccia della Fornero) e ognuno diviene manager di se stesso.

Tutti imprenditori in egoismo, come tanti sciacalli bene attenti a cogliere le opportunità, a sfruttare avanzi e saldi di stagione. Ormai non si fa più ciò che è giusto (una attività che invero non è mai andata molto di moda) ma è divenuto imperativo assoluto fare solo ciò che conviene. E la convenienza ammicca da ogni dove, dai giornali, dalle televisioni, dai sermoni di politici e giornalisti e perfino dai discorsi che senti fare dalla gente comune che non sa più a quale santo votarsi, ma è alla disperata ricerca di un santo che se li accolli. Chi se faccia carico di loro e li protegga in questi tempi difficili.

Che poi quel santo sia giallo, rosso, verde o grigio ha poca importanza, è assolutamente secondario per non dire ininfluente. Seguiamo ladri, pedofili, truffatori, invertiti, pervertiti, concussori, e corrotti di ogni specie e ci vendiamo a chiunque sia minimamente in grado di comprarci. Fosse anche con una promessa o solo con la magia di una illusione. L’apoteosi della mistica di Caltagirone, re del mattone a Roma, che seppe racchiudere il senso della vita stessa in poche asciutte parole rivolte a Franco Evangelisti, il mitico braccio destro di Andreotti. Parole destinate a rimanere nella storia: “A Fra’…che te serve ?”. Altri tempi, altro che Carminati, Buzzi e Odevaine e le loro infinite chiacchiere al vento, buone solo per le intercettazioni. "A Fra'...che te serve?", non c'era altro da dire tra uomini de panza, vera.

Ecco, il nostro sogno inconfessato è trovare finalmente qualcuno che chieda anche a noi "che te serve..?" per trovarci proiettati nel mondo meraviglioso del post–ideologico, delle finte bionde e della concretezza, dove tutto ha un prezzo ma niente più ha valore, e poter fare finalmente tutto ciò che la convenienza e l'egoismo ci richiedono senza doverci vergognare come ladri. Perchè questo rappresenta in fondo, e nemmeno tanto, la fine delle ideologie: la rottura delle catene che ci legavano a un codice etico, che ci obbligavano a tenere la schiena dritta, che ci imponevano di affrontare la vita, con tutte le sue avversità, in maniera conforme ai valori ai quali sostenevamo di ispirarci.

Un brutto affare la coerenza. Talmente brutto che in nome di quei valori si arrivava anche a dare la vita, da una parte e dall’altra. Bene, gaudeamus igitur, adesso ci hanno finalmente affrancato da una simile schiavitù comunicandoci che tutto ciò, a quanto pareva, non serviva a un beneamato cazzo. Era ben altro che dovevamo tenere d’occhio quale riferimento della nostra vita: lo spread per esempio, oppure il tasso dei BTP a dieci anni, o magari l'andamento complessivo dei mercati e il giudizio delle agenzie di rating.

D’altronde, diamoci una occhiata intorno. A Vendola di sinistra è rimasto solo l’orecchino, l’ex barricadero Migliore se ne è andato anche lui con Renzi e pare un impiegato del catasto con quegli improbabili completini “Facis vent’anni” e Luca Casarin, l'ex guerrigliero preferito dal Ministero degli Interni, tra una tintura ai capelli e l'altra non trova di meglio che andare in televisione a fare ospitate deprimenti. Né a destra le cose vanno molto meglio.

Berlusconi è il più lineare. A lui, come dicono a Roma, nun je ne poteva fregà de meno fin dalla discesa in campo, che avvenne solo ed esclusivamente per tutelare i suoi interessi e non ha mai smesso, con una fedeltà alle sue motivazioni egoistiche che gli fa veramente onore. Dunque, se non è l'inventore, sicuramente è l'antesignano del post-ideologico.

Quanto agli ex di AN, ridotti in micro-bande, dopo una lunga marcia ai margini del potere, durante la quale hanno finito di divorare le loro stesse radici, sono ormai null'altro che patetiche caricature, spasmodicamente proiettate a cercare il modo (ancora) per rendersi presentabili e tentare di salvarsi la ghirba. La loro storia è sotto gli occhi di tutti e ognuno può trarne le conclusioni che crede. L'ultima furbata si chiama Prima l'Italia ed anche se è dai tempi dell’elefantino e poi della coccinella che cerco di stare attento a stringere bene i denti per non aprire troppo la bocca, mi diviene sempre più difficile farlo e prima o poi tracimerò, e quel giorno non sarà un bel giorno per loro.

Renzi è la nuova edizione della “gioiosa macchina da guerra” di occhettiana memoria e nel PD stanno anch’essi bene attenti a risultare vuoti come canne. Ci aveva già pensato Veltroni a esplorare nuovi efficaci metodi nella demolizione di quello che fu il più grande Partito Comunista dell’Occidente e a conciarli per le feste con quell’ “I’care” divenuto un vero must del cretinismo in politica. Renzi adesso sta finendo di accomodarsi prono ai piedi della finanza anglosassone, novello cane da guardia del più feroce neoliberismo del dopoguerra. E lo può fare proprio perché siamo nel post ideologico e l’unica differenza che si può percepire tra gli schieramenti è quella tra chi si è assoggettato al nuovo potere e obbedisce ai nuovi padroni e i pochi che rivendicano ancora la nostra dignità di nazione sovrana.

In fondo siamo solo come patetiche marionette, emule dei Guelfi e Ghibellini, e la nostra storia pare destinata a essere sempre e solo quella. In una coazione ossessiva a ripetere il peggio che riusciamo a esprimere. In tutto questo sfacelo, però, io voglio ancora rivendicare la dignità di chi non intende arrendersi alla #voltabuona, al “nuovo che avanza” e all’ “Europa che ce lo chiede”

Per quel che mi riguarda, se ne possono andare tutti affanculo. Io resto quel che sono sempre stato e non faccio compiti a casa. Questa Europa mi fa schifo, e la fine dei partiti non mi inquieta più di tanto. Anzi mi rallegra. Tiro il fiato e mi guardo intorno, felice se non altro di non vedermi sbucare da qualche anfratto un ulivo, una quercia, una margherita, una coccinella o qualche gabbiano scacazzante…

Una fiaccola ha contrassegnato la mia giovinezza. Una fiaccola tricolore dietro la quale sono morti tanti miei amici o se me lo consentite, camerati... Quindi, se dovremo combattere un'ultima battaglia (che poi non è mai l’ultima) almeno una bandiera ce l'ho. E non solo quella. Come disse Roberto Mieville "…Noi (alcuni di noi....ndr) abbiamo ancora una bandiera da innalzare al sole e una canzone da gettare al vento…". Beh credetemi, di questi tempi grigi, in questa era di mezzo, una canzone e una bandiera sono un patrimonio che non ha prezzo. Io me lo tengo stretto, voi tenetevi pure tutto il resto.

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