di Maria Chiara Santoro -
Arriva un momento nella vita in cui si tirano le somme, il momento del bilancio, spesso rimandato nella folle corsa della vita quotidiana.
Per noi, famiglie militari, il più delle volte risulta in rosso.
Perché nonostante i sani principi, la fedeltà al Paese, le medaglie, le onoreficenze, le sfilate, i bei discorsi, le belle promesse, i saldi ideali, le nostre famiglie fanno acqua da tutte le parti.
Ed è ora di dirlo a chiare lettere.
E la causa non è di sicuro imputabile alle stesse.
Ogni santo giorno migliaia di uomini e donne salutano impettiti, con devozione e rispetto, la bandiera italiana, la stessa che non ha rispetto per i loro cari, che non ha a cuore le loro famiglie, che rimane indifferente e priva di soluzioni concrete e proattive alle mille problematiche, soprattutto quelle più gravi e devastanti.
Un tricolore sbiadito, ormai, dalla totale carenza di supporto, di interessamento, di sostegno, da parte di quanti, invece, rappresentandolo, dovrebbero FARE QUALCOSA.
Perché è di questo che si tratta: FARE.
Famiglie sfasciate dall’incapacità di attuare una strategia che tuteli l’unità familiare, lacerate da storie che nessuno vuole ascoltare, perché ascoltare non basterebbe, e fare qualcosa costerebbe troppo, anche in termini di umiltà.
Fa male.
Duole soprattutto constatare che tutta la buona volontà, i sacrifici, le rinunce, le sofferenze, non servano a nulla, non portano a nulla, se non a riempire la bocca di chi dovrebbe FARE di parole inutili e, onestamente, trite e ritrite e che, allo stato dell’arte, cominciano a diventare anche irritanti.
Meglio e più dignitoso sarebbe il SILENZIO.
Siamo stanchi.
Siamo disillusi.
Siamo allo stremo.
Che fare?
L’Altra Metà della Divisa cerca, con le sole proprie risorse, di portare sostegno e sollievo dove le viene sempre più frequentemente richiesto.
SOLA anch’essa.
Perché, contrariamente a quanto avviene in molti Paesi europei, la nostra Istituzione non è strutturata per attuare concrete e fattive collaborazioni con associazioni come la nostra.
E dire che potremmo essere una risorsa preziosa!
Come avviene in Paesi come la Francia, l’Inghilterra, la Germania, che invece hanno saputo sfruttare il sorgere di reti di supporto volontarie, per migliorare lo status quo delle nostre famiglie.
Ricordo una battuta dell’Addetto Militare Gen. B. Eric Boulnois, tra i relatori al primo Convegno Nazionale “Assistenza alle Famiglie dei Militari impegnati in Operazioni di Pace”, organizzato dal Gen. Ramponi, Presidente di CESTUDIS, e al quale ero stata invitata ad intervenire in veste di rappresentante della famiglia ‘Esercito’, con una breve testimonianza. Ebbene, in quella sede, dopo aver sentito quanto il resto d’Europa si stava impegnando a favore delle famiglie militari, a fine Convegno si avvicinò per complimentarsi per l’incisività della mia testimonianza.
Ridendo gli dissi: “Ho solo raccontato la verità, grazie Sig. Generale, ma sempre di più mi accorgo di aver fatto un grosso errore a sposare un militare!”.
E lui, pronto: “Mi permetta, signora, lei non ha sbagliato uomo, ha sbagliato Paese”.
Correva l’anno 2012.
In 3 anni non è cambiato nulla, a livello pratico.
E, sinceramente, dispero che cambi qualcosa.
Perché ci vorrebbe coraggio.
Perché ci vorrebbe amore puro e sconfinato per il Paese, e non per le proprie poltrone.
Perché tanto, il sempre più diffuso malcontento e disagio, viene manifestato il più delle volte, solo all’interno del nucleo familiare, per un fondato timore di ritorsioni.
Non ci sono mezzi termini, o discorsi diplomatici per dipingere la situazione.
Le nostre famiglie sono a fine corsa.
E a nessuno importa.
E nessuno fa niente.
Per noi, piccola, fondamentale, cellula vitale di un Paese sempre più in agonia.
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